Settanta milioni di anni fa il giorno durava 23 ore e mezzo


Settanta milioni di anni fa il  giorno durava 23 ore e mezzo e l’anno aveva 372 giorni. Lo ha calcolato un gruppo multidisciplinare di ricercatori  che ha “misurato” gli ”anelli” di un reperto fossile della conchiglia di Torreites Sanchezi, un mollusco ora estinto. Analizzandone la composizione isotopica, i ricercatori sono anche riusciti a ricostruire la situazione climatica alla fine del Cretaceo, stimando per gli oceani temperature fra i 30 gradi d’inverno e i 40 d’estate.

La particolarità di questo studio consiste nel fatto che analizzando le caratteristiche di questi fossili, è noto che le conchiglie e i coralli sono considerati dagli studiosi del clima veri e propri archivi delle variazioni climatiche avvenute in tempi anche lontanissimi, i ricercatori delle università belghe di Bruxelles e Ghent, sono riusciti a stimare la durata di un singolo giorno e se e quanto sole splendeva in quel giorno e a risalire, anche,  alla distanza Terra-Luna. La ricerca pubblicata su Paleoceanography e Paleoclimatology mostra che nel Cretaceo superiore, precisamente nell’epoca Campaniana, fra gli 83,6 e i 72,1 milioni di anni fa, i giorni duravano 23 ore e 31 minuti e che, per effetto della maggior velocità di rotazione della Terra, la distanza tra il nostro pianeta e la Luna era più corta  di ben mille chilometri. Un risultato al quale gli scienziati sono arrivati analizzando il  fossile della conchiglia di un particolare mollusco bivalve della famiglia delle rudiste, il Torreites Sanchezi, che si trova al museo di storia naturale di Maastricht.

Il fossile è stato trovano nelle aride montagne dell’Oman, dove 70 milioni di anni fa c’era un ambiente marino e tropicale. “Le rudiste – spiega Niels De Winter, primo autore dello studio –  sono bivalvi piuttosto speciali. Non c’è alcun essere vivente simile a loro, al giorno d’oggi. Nel tardo Cretaceo specialmente, i principali costituenti della barriera corallina in tutto il mondo – continua –  erano questi bivalvi. Essi assumevano proprio il ruolo di costruttori di questo ecosistema, come i coralli al giorno d’oggi”. 

Come i denti e le ossa, le conchiglie sono costituite da calcite, un materiale composito di carbonato di calcio. Durante la loro crescita i molluschi bivalvi depositano sulle loro conchiglie strati di calcite mista a polimeri (grandi molecole organiche, come le proteine), un processo che crea un importante collegamento spazio-temporale fra numero di anelli di accrescimento e tempo di vita. Usando un nuovo metodo di analisi spettroscopica di massa, gli scienziati sono riusciti a stimare le variazioni nella composizione chimica delle strie di accrescimento delle conchiglie su scale fisiche di 40 micron corrispondenti a tempi scala inferiori ad un giorno. Le misure mostrano che il numero totale di anelli depositati da T. Sanchezi in un anno è pari a 372 (corrispondenti al numero di giorni di un anno), accoppiati in sequenze di lamelle chiaro-scure che indicano una crescita differenziata fra giorno e notte.

“Questo bivalve mostra una dipendenza molto pronunciata dal ciclo diurno, suggerendo che esso fosse un organismo foto simbionte  –  conclude De Winter –   fornendo la risposta a uno dei quesiti più dibattuti circa la vita di questi molluschi in epoca preistorica: essi vivevano in simbiosi con un organismo in grado di compiere la fotosintesi clorofilliana, che partecipava al loro processo di crescita e lasciava traccia di sé negli isotopi chimici depositati sulla conchiglia”.

Rita Lena

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