Rifiuti ed erosione nei fondali della laguna di Venezia

Sono stati documentati per la prima volta grazie ad una sorta di ecografia del fondale lagunare, ottenuta con uno strumento che “vede” con risoluzione centimetrica  su una fascia larga alcune decine di metri ai lati dell’imbarcazione. Tracce di dragaggi, solchi incisi dalle chiglie di navi fuori rotta su bassi fondali o dai motori delle barche e dalle eliche dei vaporetti in sosta alle fermate, che arano, letteralmente, il fondale in condizioni di  bassa marea. E, poi,  una grande quantità di rifiuti.

 “Una sorta di ‘terra dei fuochi’ subacquea in cui un misto di incuria, dolo e inconsapevolezza porta molte persone a credere che quanto si getta in mare non abbia conseguenza sugli ecosistemi e sulla salute umana, solo perché questo ambiente non è immediatamente visibile e ci induce a fingere che il problema non esista”,  sottolinea Fabio Trincardi, direttore del Dipartimento di scienze del sistema Terra del Cnr e ideatore della ricerca, finanziata dal progetto Ritmare del ministero dell’Istruzione, università e ricerca. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports (Nature), conferma, infatti, che si tratta di rifiuti di origine antropica che continuano ad accumularsi sul fondale e che contribuiscono a degradare l’ambiente sottomarino, ormai  oggetto di abbandono,  nonché di attività di pesca intensiva e di navigazione anche di grandi navi. A questo si aggiunge, come spiega Fantina Madricardo, prima firmataria di questo studio “le strutture erosive operate dalle correnti di marea attorno alla maggior parte delle infrastrutture costiere realizzate su base subacquea, come i moli detti ‘lunate’ che proteggono le bocche di porto dalle onde marine, dove si sono formate depressioni di alcuni metri nel giro di pochissimi anni successivi alla loro costruzione”.

La mappatura dei fondali, ha richiesto il lavoro di un gruppo multidisciplinare di ricercatori molto preparati e  in grado di elaborare masse di dati digitali enormi e sfruttarli al massimo della risoluzione spaziale, in modo da individuare i segni delle molteplici attività dell’uomo sui fondali.  L’approccio di indagine utilizzato dai ricercatori per la prima volta sulla Laguna di Venezia, si è rivelato molto efficiente ed ha raggiunto l’obiettivo di “far capire –spiega ancora Trincardi –  che in tutte le aree costiere e nei fondali marini non abbiamo solo il problema dell’inquinamento da sostanze chimiche, ma anche quello dei rifiuti solidi, al di là delle plastiche e microplastiche oggetto di una diffusa attenzione, e quello di strutture necessarie come moli e dighe, rispetto alle quali però – conclude –  bisogna tenere conto delle modifiche ai campi di corrente che esse stesse inducono e da cui possono essere messe in pericolo”. Secondo i ricercatori, l’innovativa mappatura ottenuta con strumenti geofisici, in futuro,  potrà essere usata in altri ambienti a bassa profondità, come lagune e aree costiere, permettendo di individuare in anticipo, e  prevenire, eventuali crolli di infrastrutture e di capire quanto siano pervasivi gli impatti delle attività antropiche sugli ecosistemi marini.

Rita Lena

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *