Animali domestici e uomo moderno: stesso gene per il viso?

L’espressione mite dell’animale domestico e il viso relativamente piccolo e piatto dell’uomo moderno  potrebbero essere opera dello stesso gene, BAZ1B che insieme ad altri geni  controlla  lo sviluppo del cranio e dei lineamenti facciali.

Questo gene , secondo lo studio pubblicato su Science Advance – frutto di una collaborazione fra Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) e Università Statale di Milano, le Università di Barcellona, Cantabria, Colonia e Heildelberg, e l’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo – ha contribuito generazione dopo generazione a forgiare l’aspetto dell’uomo, così come lo vediamo oggi, influenzando, nelle prime settimane di vita dell’embrione, la cresta neurale dalla quale derivano un gran numero di tipi cellulari  ed anche la formazione delle ossa e  cartilagini della faccia e che, per questo, potrebbe aver contribuito ai cambiamenti evolutivi del volto umano. Ciò che risulta da questa interazione è una faccia « costruita » per comunicare, in chi la guarda, un senso di rassicurazione anche senza usare il linguaggio.

 Un viso più magro e appiattito e meno aggressivo rispetto a quella dei suoi antenati. Un volto, dicono gli scienziati, frutto di un’ « auto-addomesticazione »  selettiva che ha eliminato, nel tempo, i tratti duri ed aggressivi dell’uomo di Neanderthal. Obiettivo : vivere in modo civile e cooperativo nel contesto sociale. Anche per gli animali, secondo uno studio precedente  del 2014,  sembra sia avvenuto lo stesso processo e, sempre con l’aiuto del gene BAZ1B, hanno abbandonato il loro aspetto selvatico e aggressivo per acquisire un aspetto più piacevole con un muso più corto, code morbide, orecchie flosce  e manti chiazzati. Un’ipotesi  che suggerisce che differenze o lievi alterazioni dei geni della cresta neurale hanno  contribuito all’addomesticamento  di cani, gatti e cavalli.  

Anche noi umani, secondo quanto spiegato da Giuseppe Testa, direttore del Laboratorio di Epigenetica delle Cellule Staminali dello Ieo e direttore del centro di Neurogenomica dello Human Technopole, coordinatore dello studio insieme Alessandro Vitriolo e Matteo Zanella, del Laboratorio di Epigenetica delle Cellule Staminali dello Ieo e del dipartimento di Ematoncologia dell’Università di Milano, presentiamo caratteristiche morfologiche e comportamentali che ricordano quelle delle specie addomesticate.  Ma, almeno fino ad ora, non era del tutto chiaro come fosse avvenuto questo cambiamento evolutivo o, secondo gli scienziati, la « sindrome di addomesticamento ».

E, poiché dalla cresta neurale derivano vari tipi di cellule e gran parte delle strutture della testa, i ricercatori hanno pensato che anche l’addolcimento dei tratti del volto umano poteva avere origine proprio dalla popolazione di cellule specializzate della cresta neurale, tra questi il gene BAZ1B, che dirige  il 40% dei geni regolatori delle caratteristiche facciali. Conoscendo  la capacità del gene di influenzare le cellule della cresta neurale, in un nuovo studio gli scienziati hanno voluto analizzare la sua azione  in linee di cellule staminali  ottenute in vitro da cellule riprogrammate della pelle di pazienti affetti  da due malattie entrambe varianti genetiche della sindrome di William-Beuren.

Questa malattia è causata da una microdelezione della regione q11.23 sul cromosoma 7, regione che contiene 28 geni incluso BAZ1B. Le persone affette da questa patologia hanno perduto quel pezzo di Dna su una copia del cromosoma 7, e sono rimaste con una sola copia di BAZ1B e degli altri geni. Gli scienziati hanno  notato  che i pazienti affetti da questa sindrome, oltre a serie complicazioni anche  di tipo cardiaco, presentano una faccia caratteristica : più piccola del normale, con naso appiattito, bocca larga, guance prominenti e un comportamento molto amichevole  verso  altre persone e per nulla aggressivo.  

Al contrario, coloro che hanno una copia in più di questo pezzo di Dna e, quindi tre copie di BAZ1B e relativi geni, hanno sintomi opposti, come aggressività molto alta, difficoltà nel linguaggio e a socializzare.  Per verificare se le caratteristiche più socializzanti derivano veramente da BAZ1B e geni associati, gli scienziati hanno confrontato i genotipi di due uomini di neanderthal e di un uomo di Denisova con quelli dell’uomo moderno, scoprendo che alcune varianti dei geni della cresta neurale, regolatori delle caratteristiche facciali,  sono presenti nel Dna dell’uomo moderno, ma sono assenti o, non prevalenti, nel genoma neandertaliano e in quello dell’uomo di Denisova.

«Abbiamo dato la prima prova sperimentale  dell’auto-domesticazione nell’uomo », ha commentato Zanella. Ma, secondo il parere di Kenneth Kosik, neuroscienziato all’Università della California, Santa Barbara, «si tratta di uno studio importante, pieno di idee e dati. Ma pensare di mettere insieme l’evoluzione umana, l’addomesticamento e lo sviluppo dei lineamenti del viso  sulla base dell’attività di un solo gene è una sovrainterpretazione. Questi  salti» non appartengono alla ricerca scientifica ». Prudente anche Adam Wilkins, biologo evoluzionista, che sottolinea: »senza quel collegamento i dati sarebbero solo un insieme di correlazioni.

I ricercatori hanno fornito prove genetiche per collegarle alla storia paleoantropologica « . Tuttavia ammette di avvertire una certa inquietudine per le ampie conclusioni dello studio. derno  potrebbero essere opera dello stesso gene, BAZ1B che insieme ad altri geni  controlla  lo sviluppo del cranio e dei lineamenti facciali.

Questo gene , secondo lo studio pubblicato su Science Advance – frutto di una collaborazione fra Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) e Università Statale di Milano, le Università di Barcellona, Cantabria, Colonia e Heildelberg, e l’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo – ha contribuito generazione dopo generazione a forgiare l’aspetto dell’uomo, così come lo vediamo oggi, influenzando, nelle prime settimane di vita dell’embrione, la cresta neurale dalla quale derivano un gran numero di tipi differenziati cellulari  ed anche la formazione delle ossa e  cartilagini della faccia e che, per questo, potrebbe aver contribuito ai cambiamenti evolutivi del volto umano. Ciò che risulta da questa interazione è una faccia « costruita » per indurre, in chi la guarda,  tranquillità e senso di rassicurazione.

Un’espressione mite, in grado di comunicare anche senza usare il linguaggio, in un viso più magro e appiattito e meno aggressivo rispetto a quella dei suoi antenati. Un volto, dicono gli scienziati, frutto di un’ « auto-addomesticazione »  selettiva che ha eliminato, nel tempo, i tratti duri ed aggressivi dell’uomo di Neanderthal. Obiettivo : vivere in modo civile e cooperativo nel contesto sociale.

Anche per gli animali domestici (pet animals), secondo uno studio precedente  del 2014,  sembra sia avvenuto lo stesso processo e, sempre con l’aiuto del gene BAZ1B, hanno abbandonato il loro aspetto selvatico e aggressivo per acquisire un aspetto più piacevole con un muso più corto, code morbide, orecchie flosce  e manti chiazzati. Un’ipotesi  che suggeriva che differenze o lievi alterazioni dei geni della cresta neurale avevano contribuito all’addomesticamento anche di cani, gatti e cavalli.  

Anche noi umani, secondo quanto spiegato da Giuseppe Testa, direttore del Laboratorio di Epigenetica delle Cellule Staminali dello Ieo e direttore del centro di Neurogenomica dello Human Technopole, coordinatore dello studio insieme Alessandro Vitriolo e Matteo Zanella, del Laboratorio di Epigenetica delle Cellule Staminali dello Ieo e del dipartimento di Ematoncologia dell’Università di Milano, presentiamo caratteristiche morfologiche e comportamentali che ricordano quelle delle specie addomesticate.  

Ma, non era del tutto chiaro come fosse avvenuto questo cambiamento evolutivo o, secondo gli scienziati, la « sindrome di addomesticamento ». E, poiché dalla cresta neurale derivano vari tipi di cellule e gran parte delle strutture della testa, i ricercatori hanno fornito prove genetiche per collegarle alla storia paleoantropologica « . Tuttavia ammette di avvertire una certa inquietudine per le ampie conclusioni dello studio.

Rita Lena




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