L’EUROPA 75 ANNI FA/ L’arresto di Mussolini

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25 luglio 1943 – È domenica e a Roma è una assolata giornata d’estate … Nessuno sa che nella notte si è riunito a Palazzo Venezia il Gran Consiglio del fascismo e nessuno sa che, dopo più di vent’anni, il fascismo sta per morire.
Benito Mussolini, invece, … sembra non averlo ancora capito. Nel suo Rapporto sul 25 luglio, che scriverà l’anno dopo a Salò, dice: “Alle sette mi alzai. Alle otto ero a palazzo Venezia. Regolarmente, come da circa ventuno anni, cominciò la mia giornata lavorativa: l’ultima! Fra la posta non vi era niente di grande importanza, a parte una domanda di grazia per due partigiani dalmati condannati a morte. Telegrafai in senso favorevole al governato­re Giunta. Oggi sono lieto che il mio ultimo atto di governo abbia salvato due vi­te, due giovani”.
Che cosa poteva succedere? Da Palazzo Venezia, finito il Gran Consiglio, Dino Grandi (il promotore dell’ordine di sfiducia al duce, ndr) è uscito verso le tre per andare a Montecitorio. “Un grande senso di tristezza mi invase” racconta; “guardai attorno per l’ultima volta quella sala, le pareti e il balcone che Mussolini aveva sempre chiamato orgogliosamente il ponte di comando della nazione … Le prime luci del giorno cominciavano a schiarire la massa scura del palazzo quattrocentesco. Roma, ignara, dormiva. Tutta l’Italia dormiva”.

 

… A villa Savoia Pietro Acquarone (ministro per i rapporti con la real casa, ndr) parla col re e poi, alle sette, telefona al generale Ambrosio al Quartier generale del Comando supremo. Poche parole: “Il momento è arrivato”. … Che “il momento è arrivato” il generale Ambrosio lo annunzia alle nove anche al maresciallo Badoglio; poi al suo braccio destro, Giuseppe Castellano, il generale che il 2 settembre firmerà a Cassibile il testo dell’armistizio.

Alle 10.30 il re riceve il generale Puntoni … che gli riferisce la richiesta di Mussolini di essere ricevuto nel pomeriggio. La richiesta … sconvolge “il programma del re”, che aveva deciso di agire l’indomani … poi, [si decide] che il re riceverà Mussolini alle 17 a villa Savoia.

Alle cinque in punto l’auto dì Mussolini … entra dal cancello spalancato di via Salaria. “Il re” racconterà Mussolini [nel suo diario] “passeggiava su e giù nervosamente, con le mani dietro la schiena e capii subito che era in preda ad estrema agi­tazione. Dalla borsa di pelle che avevo portato con me tolsi i documenti che riguardavano la seduta del Gran Consiglio e feci l’atto di porgergli quello che conteneva l’o.d.g. di Grandi; interruppe a metà il mio gesto: ‘Non occorre; il voto del Gran Consiglio è tremendo. Voi non potete certo illudervi sullo stato d’animo degli italiani contro di voi. In questo momento siete l’uomo più odiato d’Italia: potete contare su un unico amico  che avete e che vi rimarrà sempre: io’.

Mussolini se ne va. Accanto all’auto c’è un capitano dei carabinieri, Paolo Vigneri, che, sull’attenti, gli dice, solenne: “Duce, in nome di Sua Maestà il re vi preghiamo di seguirci per sottrarvi ad eventuali violenze da parte della folla”.

In realtà le reazioni alla prima notizia delle “dimissioni” di Mussolini (la notizia dell’arresto si diffuse il giorno dopo) furono tante e diverse: lo sconcerto, la preoccupazione, la paura di chi aveva cariche nel partito fascista e dal fascismo riceveva autorità, privilegi e stipendi; e la felicità, dalla parte opposta, di chi viveva in prigione o al confino di polizia o nascosto in qualche casa ospitale o in qualche convento (fra gli altri, gli ebrei sfuggiti ai rastrellamenti). E la soddisfazione, il sollievo di quanti, diventati, da più o meno tempo, contrari alla dittatura oppure aventi figli o mariti in servizio militare oppure impauriti dai bombardamenti aerei oppure stremati dal poco mangiare, pensavano che la fine del fascismo volesse dire anche la fine della guerra; e la gioiosa sorpresa e la speranza di tanti intellettuali, che vedevano finalmente il ritorno della democrazia, della libertà, la possibilità di trovarsi, di parlare, di discutere senza il rischio di finire in galera; fra questi i giovani, cui spettava il compito di essere la nuova classe dirigente, ma che di democrazia e di libertà avevano letto soltanto sui libri; ardenti di voglia di fare, con la testa piena di idee bellissime ma confuse. Sì, era arrivata la democrazia, era arrivata la libertà. E ora?

(da: Sergio Lepri, 1943, Cronache di un anno, 25 luglio)

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