L’EUROPA 75 ANNI FA/ Il bombardamento di San Lorenzo

Foto, da uno degli aerei, del bombardamento del quartiere di San Lorenzo al Verano

19 luglio 1943 – Alle 11.03 le prime bombe cadono sullo scalo merci di San Lorenzo, centrando i binari, due vagoni (uno pieno di munizioni) e un capannone. Le ha sganciate il tenente puntatore Owen Gibson da un bombardiere americano che ha un bel nome dipinto sulla fiancata: “Lucky lady”. È appena l’inizio del bombardamento che dopo tre anni e mezzo di guerra colpisce Roma per la prima volta. “Città eterna”, “Culla della civiltà”, “Cuore del cristianesimo”, sede del Vaticano e del papa: nessuno pensava che Roma dovesse subire la sorte di tante altre città italiane del nord e del sud.

Il bombardamento continua fino alle 13.35: due ore e mezzo … sei ondate, altezza seimila metri … quattromila bombe per un totale di 1060 tonnellate di esplosivo. I morti accertati sono 1029, ma forse molti di più (qualcuno parla di tremila), e una diecina di migliaia i feriti.

Se l’ordine era di colpire soltanto gli obbiettivi militari, il fumo che sale dagli impianti ferroviari o l’imprecisione dei piloti fa fallire il bersaglio. Un aereo su dieci lo sbaglia su un raggio di trecento metri, uno su tre su un raggio di seicento. La seconda ondata e le altre quattro fanno cadere le bombe su tutto il popolare quartiere di San Lorenzo, su via dei Volsci, su via dei Sabelli, via dei Vestini, via dei Marrucini, via degli Enotri, via dei Ramni, largo degli Osci, piazza dei Campani. È colpita gravemente anche la romanica basilica di San Lorenzo fuori le mura; anche il cimitero del Verano. Il pastificio Pantanella, sulla via Prenestina, brucerà per tre giorni.

Alla sala operativa del ministero dell’aeronautica la segnalazione che decine di aerei (ma sono centinaia, invece) si stanno dirigendo verso Roma è arrivata alle 10.52; un po’ tardi, e le sirene dell’allarme hanno cominciato a suonare alle 11.03; il terzo squillo finisce dopo l’esplosione della prima bomba.

Migliaia di manifestini sono piovuti su Roma durante la notte: “Romani, abbandonate le vostre case se sono in prossimità di stazioni ferroviarie, aeroporti, caserme”; ma il prefetto ha disposto di liberare le strade da quei messaggi, definiti intimidatori, e di prima mattina il segretario del Partito fascista Carlo Scorza ha ordinato di arrestare, per disfattismo, chiunque raccoglie anche un solo volantino. È soltanto propaganda, è guerra psicologica, si dice; gli alleati non oseranno bombardare Roma.

Desolazione, smarrimento; ma forse non più rassegnazione. “La gente” scrive ancora Cancogni (insegnante precipitatosi a Roma per controllare la famiglia, ndr) “chiedeva solo una cosa: la pace. Ritornato bambino, il popolo romano attendeva come un salvatore chiunque gliela promettesse, il papa, il re, un angelo del cielo”.

(da: Sergio Lepri, 1943, Cronache di un anno, 19 luglio).

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