L’attualità di “Europa 2020” al tempo del Coronavirus

La pandemia generata dal coronavirus, al di la dei disagi, dei dolorosi decessi e dei gravi problemi socio economici, ha fatto emergere improvvisamente tre aspetti importanti: il primato della salute, della vita sull’economia, il bisogno di cambiamento e una attenzione improvvisa per la ricerca scientifica, mai registrata nonostante gli effetti positivi che ha sempre avuto sulla società e sulle nostre vite. Tre indicazioni preziose, da tenere presenti nel disegnare il futuro del Paese dopo l’emergenza Coronavirus, da non far cadere nel nulla, da cogliere prima che perdano la loro forza propositiva con il ritorno alla normalità.

Il prof. Ezio Andreta

Gli ultimi dati diffusi dalla Commissione Europea sullo stato di salute dell’economia indicano una situazione peggiore di quanto immaginato. Una recessione severa, rispetto al PIL dell’anno precedente di poco inferiore all’otto per cento per l’Unione e intorno al dodici per cento, per il nostro Paese.

Le cause di questa imprevista e inaspettata situazione sono solo in parte  imputabili al coronavirus. In realtà (pre)-esistevano da tempo. Basta dare un’occhiata ai dati del PIL degli ultimi dieci anni per rendersi conto che il nostro Paese, contrariamente agli altri Paesi europei, non cresce. E’ fermo, ingessato in una struttura socio-economica obsoleta, preoccupato su come conservare il mondo di ieri e non su come realizzare quello di domani.

Nessuno purtroppo è in grado di prevedere quando usciremo dalla crisi. Una cosa è certa la situazione che troveremo sarà diversa. Ci troveremo in una fase instabile, di transizione verso un nuovo modello di società e di sviluppo economico. Una mutazione “darwiniana” destinata a cambiare il mondo e con il mondo anche le nostre abitudini, il nostro stile di vita.

Di fronte a queste incertezze ha senso parlare dell’attualità di “Europa 2020”? 

Si possono trovare in questo documento, approvato nel lontano marzo di 10 anni fa, gli elementi strategici, le prospettive, i suggerimenti per rilanciare la crescita al tempo del Coronavirus?  

La ricerca europea come è oggi strutturata e articolata in attività e piattaforme di collaborazione è in grado di guidare e sostenere l’azione dei Paesi Membri verso il cambiamento?

Penso che per dare una risposta a queste domande si debba partire dalla globalizzazione e seguire il filo rosso che lega i cambiamenti di paradigma che si sono susseguiti, alla costruzione dell’Europa, all’evoluzione e consolidamento della politica della ricerca e alla definizione della strategia di “Europa 2020”. Un lungo percorso attraverso i momenti più significativi della costruzione europea dall’origine della CEE al Covid-19.

La Globalizzazione

La globalizzazione è lo spartiacque che ha chiuso l’Era Moderna e aperta una nuova, piena di cambiamenti che incidono sul nostro modo di pensare, di essere, di organizzarci e di agire. Una rivoluzione copernicana che genera discontinuità, rotture di paradigmi e profondi disagi nella società, privata dei suoi punti di riferimento.

All’origine di questo fenomeno ci sono due fattori, due forze diverse per natura e finalità ma convergenti sul piano degli effetti. 

La necessità dei Paesi più avanzati di trovare nuovi mercati di sbocco nei quali collocare la produzione crescente, eccedente la domanda è certamente il primo di questi due fattori.

L’evoluzione rapida delle nuove tecnologie dell’informazione e l’affermarsi di internet sono il secondo.

La Globalizzazione è il fenomeno emerso dal processo d’integrazione, dei mercati e d’interconnessione degli attori, innescato dalla convergenza di queste due forze. Un fenomeno imprevisto che cambia lo scenario mondiale rovesciando i tre paradigmi fondamentali in funzione dei quali siamo stati educati, abbiamo pensato e costruito ogni cosa per secoli.

Il primo rovesciamento di paradigma riguarda i sistemi. Abituati ad agire in sistemi chiusi e protetti, semplici e lineari, sempre in equilibrio, stabili, prevedibili e governabili, come  negli Stati nazionali, ci si è trovati improvvisamente ad agire in sistemi aperti, complessi, in permanente squilibrio, instabili senza conoscere le regole del gioco ed avere gli strumenti idonei a governarli. Passare dalla linearità alla complessità significa passare dalla conoscenza all’ignoranza, dalla certezza all’incertezza, dalla sicurezza alla paura, significa trovarci disarmati di fronte a situazioni impreviste e a emergenze continue, sempre diverse le une dalle altre.  

Il secondo riguarda lo spazio e il tempo, due dimensioni legate tra loro. Per effetto della globalizzazione queste si sono rovesciate. Lo spazio normalmente contenuto entro confini e barriere è diventato sempre più grande, tendendo ad “infinito” mentre il tempo sufficientemente lungo da permettere ai processi lineari, decisionali e produttivi di completare il loro percorso senza rendere i risultati inutili e tardivi, si è contratto, avvicinandosi a “zero”.

Il terzo riguarda l’organizzazione. Da tradizionalmente verticistica e centralizzata diventa orizzontale e decentrata, annullando le differenze e le distanze esistenti tra centro e periferia. Sulla rete tutti i punti sono allo stesso tempo centro e periferia.

Il rovesciamento di questi tre paradigmi mette in moto una serie di cambiamenti nei diversi settori della società, in particolare in quello economico. Mette in causa l’approccio lineare, fa emergere l’inefficienza dei processi decisionali e produttivi e nascere il bisogno di fare “tabula rasa” per poterci dotare di nuove regole, identificare nuovi punti di riferimento, ripensare i concetti di competitività, crescita, massa critica, sussidiarietà, sostenibilità ed efficienza.

Il bisogno di trovare nuovi equilibri innesca un processo evolutivo di trasformazione che vede le grosse fabbriche, gli importanti impianti, le complicate e sofisticate catene di montaggio, i grossi e complicati prodotti e gli esagerati consumi di energia e di materie prime cedere progressivamente il passo ad organizzazioni più piccole, flessibili, dotate di una struttura leggera e di personale capace di gestire la complessità e produrre valore.

Mutamenti importanti che contribuiscono a trasformare il modello economico quantitativo, condizionato dai costi di produzione, in un modello economico qualitativo, basato sulla conoscenza. Spinta da questi mutamenti nasce una nuova generazione d’imprese basate sulla conoscenza, gestite da poche persone in grado di concepire e far produrre su scala mondiale beni di alta qualità, attraverso la collaborazione in rete con altre imprese e organismi di ricerca ovunque si trovino.  

Da un modello economico “materiale”, “pesante”, basato sulla trasformazione della materia prima si passa a un modello “smaterializzato”, “leggero”, basato sull’uso e trasformazione della conoscenza.

La disponibilità a prezzi contenuti di nuove tecnologie, di microprocessori sempre più performanti, incoraggia l’industria più dinamica e attenta a coglierne i vantaggi, a continuare il processo di miniaturizzazione e integrazione di più funzioni nei sistemi, a ridurre i consumi di energia e materie prime, a rendere la produzione intelligente, più sostenibile, senza tuttavia riuscire ad eliminare gli sprechi e i rifiuti intrinseci al modello sottrattivo di produzione.

Solo l’approccio nanotecnologico puo’ permettere di raggiungere la piena sostenibilità cambiando, ad imitazione della natura, il modo di produrre da sottrattivo in additivo, dal piccolo al grande, aggregando atomi e molecole. Grazie alle nanotecnologie saremo ben presto in grado di disporre di una nuova generazione di materiali intelligenti, capaci di raccogliere e fornire informazioni, di ricevere ed elaborare segnali, di fare analisi, diagnosi e (auto)-ripararsi. Dall’internet of (every)-things si passerà all’internet (in)-everythings.

In questa fase, grazie all’Intelligenza Artificiale, alla scienza dei dati, alle stampanti 3 e 4 D di nuova generazione, diventa possibile far viaggiare fino alla porta del consumatore, sulle reti ad alta velocità, la conoscenza sotto forma di software e non più i prodotti, lasciando al consumatore il ruolo di produrre (prosumer).

Dal modello quantitativo al modello “prosumer” il salto è grande. In poco tempo grazie alla conoscenza, incalzati dalla globalizzazione, si rovesciano tutti i paradigmi del processo produttivo trasformandosi da quantitativo a qualitativo, da materiale a immateriale, da distruttivo a sostenibile, da industriale a inclusivo e umano-centrico.   

Corrono voci che a seguito della crisi economica generata dal Covid19 la globalizzazione stia terminando e che sia possibile per i Paesi (re)-introdurre delle misure a protezione del loro sistema socio-economico.

Non condivido questa analisi affrettata. Penso che i cambiamenti di paradigma siano irreversibili e che la globalizzazione come tutte le cose abbia subito delle mutazioni e si sia evoluta rapidamente verso forme diverse da quella iniziale. E’ difficile dire se l’evoluzione del modo di produrre segua o anticipi l’evoluzione delle diverse fasi della globalizzazione. In realtà i due fenomeni sono strettamente correlati e tendono a evolvere insieme, influenzandosi reciprocamente. Una cosa è certa. La fase quantitativa, quella caratterizzata dalla produzione di massa, dalla delocalizzazione della produzione in aree a costi sociali ed ecologici più favorevoli ha perso certamente interesse e importanza. Puo’ effettivamente considerarsi conclusa.  Non la fase della conoscenza, della globalizzazione digitale.  Questa è destinata a condizionare per lungo tempo lo sviluppo del pianeta.

L’Europa e la Ricerca

La costruzione europea è stata fin dall’inizio concepita come un cantiere aperto in evoluzione verso l’unione politica, condizione ultima e fondamentale per assicurare la pace al continente.  I quattro principi di solidarietà, coesione, condivisione e diritto, iscritti nei Trattati a fondamento dell’unione non sono stati fissati e definiti una volta per tutte. Sono dei principi che hanno bisogno di essere ogni giorno preservati, difesi, interpretati, adattati e (ri)-inventati. La loro applicazione è sempre il risultato di lunghi negoziati diplomatici, di compromessi politici che ne definiscono a seconda del momento e dei bisogni forma, regole, strumenti e risorse.

L’Europa è stata concepita in un sistema chiuso come una costruzione lineare, da realizzare con il consenso di tutti i membri, tappa per tappa, acquisizione per acquisizione, secondo l’approccio funzionalista. Un approccio che richiede tempi lunghi, poco comprensibili dai cittadini europei, lontano dalla logica della globalizzazione. 

Anche il sistema ricerca è stato concepito linearmente come un cantiere aperto. Una costruzione in continuo divenire, caratterizzata da un insieme di azioni, misure e strumenti contenuti in un “quadro programmatico” che ne fissa la cornice, le finalità, le regole, le procedure e le risorse.  Una specie di “piattaforma” in cui la ricerca assume ruoli differenti a seconda delle fasi dell’integrazione.

Due momenti fondamentali ne caratterizzano la costruzione e l’evoluzione fino ai tempi nostri.

In una prima fase, dal Trattato di Roma al Trattato di Lisbona del 2000, la ricerca ha un ruolo piuttosto marginale per obiettivi e risorse. Funzionale alla realizzazione del Mercato Unico, è concepita a sostegno della competitività dell’industria al fine di evitare il costituirsi di posizioni dominanti e il prodursi di possibili distorsioni di concorrenza. Una forma di sostegno alle imprese, cresciute nei mercati nazionali e protette dalle barriere doganali, per aiutarle ad effettuare le trasformazioni necessarie a competere in un mercato allargato.

In questa fase nascono e prendono corpo i primi cinque Programmi Quadro, nell’ambito dei quali, a completamento delle attività di ricerca, vengono finanziate le prime azioni di formazione, le borse “Marie Curie” e le infrastrutture. A partire dal terzo Programma Quadro si inizia a distinguere la ricerca di base da quella applicata e si introduce il concetto di “problem solving” che condurrà nei Programmi successivi all’esperienza dei progetti integrati e alle prime JTI (Joint Technology Initiatives) che oggi definiremmo piattaforme di collaborazione tra attori pubblici e privati, uniti da una visione strategica comune, disponibili a condividere risorse e risultati.

I Programmi Quadro sono stati una grande conquista politica prima ancora che scientifica perché hanno permesso la creazione di una casa comune, di un embrione di Comunità scientifica europea, in cui tutti i ricercatori, superati gli steccati, i confinamenti nazionali, si sono sentiti per la prima volta membri di una famiglia più grande, dotata di strutture e risorse pluriennali in grado di garantire stabilità alla ricerca e il costituirsi di legami duraturi.

Nella  seconda fase dal 2000 ad oggi il ruolo della ricerca muta radicalmente. Da strumento di sostegno all’industria diventa traino e guida dell’intero sistema Europa. Da strumento sostenitore di attività e bisogni (pre)-esistenti diventa anticipatore di attività e bisogni futuri, assumendo la funzione di guida strategica.

L’articolo 179 del Trattato di Lisbona recepisce e formalizza questa visione, assegnando alla ricerca e all’innovazione il compito di sostenere l’intero sistema Europa.

La Commissione definisce in questa nuova ottica strategica  il Sesto Programma Quadro attribuendo alla ricerca più risorse finanziarie e un ruolo centrale.

Il bisogno di disporre di conoscenza di frontiera per sviluppare nuove tecnologie multifunzionali in grado d’innovare i processi e la produzione di beni e servizi ad alto valore aggiunto giustifica la creazione del Consiglio Europeo della Ricerca e la realizzazione dell’Area Europea della Ricerca.  Due novità sulla scena europea che permettono la trasformazione e il completamento della Comunità  Europea della Ricerca.

La crisi finanziaria, scoppiata inizialmente negli Stati Uniti nel 2007, travolge nel 2008 l’Europa, assolutamente impreparata e priva degli strumenti per affrontare questo nuovo tipo di emergenza. In questo clima di confusione e di incertezza in cui l’Unione e gli Stati Membri cercano di prendere le misure necessarie per uscire dalla crisi economica seguita a quella finanziaria, viene concepita la strategia di “Europa 2020”, come risposta dell’Unione ai cambiamenti generati dalla globalizzazione e evidenziati dalla crisi finanziaria.

Il documento approvato nel marzo del 2010 costituisce la pietra angolare su cui è costruita la strategia di uscita dalla crisi strutturale di tutto l’edificio europeo. Il testo riprende le motivazioni che avevano ispirato la Dichiarazione di Lisbona del 2000, a sostegno della validità delle intuizioni e a dimostrazione della continuità di pensiero, aggiornandole alla luce del ruolo assegnato alla ricerca dal Trattato di Lisbona del 2007. 

 “Europa 2020” pone il dito nella piaga che tormenta i Paesi Membri. Riconosce nel modello economico la causa della mancata crescita e denuncia con chiarezza la necessità di intraprendere le riforme necessarie ad introdurre un nuovo modello economico. Non si tratta di introdurre un modello qualunque ma uno specifico e preciso basato sulla conoscenza, in grado di generare una “crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”. 

Questa è in sintesi la visione pragmatica, ambiziosa e rivoluzionaria proposta da “Europa 2020”.

Pragmatica perché indica con chiarezza come “way out” dalla crisi il cambiamento del modello economico.

Ambiziosa perché mira a generare una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, intesa nel suo insieme, come un tutto, come un unico problema complesso da affrontare e risolvere facendo massicciamente ricorso alla conoscenza e alla capacità di trasformarla in innovazione.

Rivoluzionaria per l’approccio e le finalità perché impone di affrontare la complessità con un approccio olistico e propone un modello ideale di sviluppo basato sulla centralità dell’uomo, passando dall’economia industriale all’economia sociale, allargando i benefici all’intera società e ponendo i bisogni fondamentali delle persone come sfide prioritarie d’affrontare.  Un rovesciamento di ruoli e obiettivi che vede nella ricerca il traino e nell’industria lo strumento per rispondere ai bisogni fondamentali della società. 

Il Settimo e in modo più marcato l’Ottavo Programma Quadro, al quale viene attribuito l’appellativo (Horizon 2020) per dimostrarne l’origine strategica da “Europa 2020” vedono l’introduzione di tre importanti novità, necessarie per affrontare la complessità: un approccio sistemico nel fronteggiare i problemi e trovare le soluzioni, l’interdisciplinarità nella ricerca e un approccio sinergico tra i diversi Programmi e strumenti finanziari.

Il Nono Programma Quadro, (“Horizon Europe”), ancora sul tavolo del Parlamento e del Consiglio in attesa di approvazione, è stato concepito dalla Commissione Junker in continuità con i precedenti Programmi Quadro e in funzione degli obiettivi di “Europa 2020”. A completamento del sistema ricerca,  introduce tre novità destinate ad aiutare gli europei a superare il noto paradosso dell’innovazione: il Consiglio Europeo dell’Innovazione, strutturalmente analogo al Consiglio Europeo per la Ricerca, l’accorpamento di discipline e attività di ricerca diverse finalizzate a risolvere problemi specifici (“misssions”) e dei nuovi strumenti finanziari del tipo “capitali di rischio”. Una novità assoluta quest’ultima nel panorama della ricerca voluta per aiutare le Start-up, nate dalle “deep technologies, a rivoluzionare il mercato con dei prodotti fortemente innovativi.

Nella fase di realizzazione di “Horizon Europe”, verranno probabilmente introdotte dalla nuova Commissione delle modifiche per tener conto delle nuove priorità e dei seri problemi economici e sociali prodotti dalla pandemia. Senza ancora conoscerne i dettagli si possono intuire almeno tre importanti novità destinate a cambiarne la ventilazione finanziaria e i raggruppamenti tematici.

La prima altamente politica riguarda l’approccio di fondo della strategia Von der Leyen. Consiste nel cambiamento di enfasi che per la prima volta viene posta sul ruolo dell’Europa nel mondo e non più sui problemi strettamente interni. E’ un cambiamento di rotta destinato a produrre effetti nel modo di vedere e portare avanti la costruzione europea. La ricerca in questa prospettiva diventa uno strumento di dialogo internazionale, al quale assegnare il compito di attrarre in Europa giovani talenti e nuove industrie altamente tecnologiche.

La seconda novità riguarda il ruolo della conoscenza nell’economia digitale del futuro. L’Europa non puo’ rimanere indifferente e poco reattiva di fronte alla rivoluzione digitale. Deve essere capace di fare gli investimenti necessari ed essere in grado di definire le condizioni favorevoli allo sviluppo delle tecnologie connesse con il digitale.  Il mondo sta entrando in una nuova fase della globalizzazione caratterizzata sempre più dal binomio “finanza-tecnologia” e dagli enormi investimenti che imprese multinazionali e capitali sovrani stanno facendo nel digitale in particolare nell’Intelligenza Artificiale, la scienza dei dati e nei computer quantici. Una corsa verso il futuro che non puo’ vedere l’Europa assente.

La terza novità concerne la salvaguardia dell’ambiente, la necessità in particolare d’introdurre nuovi modelli di produzione per fronteggiare il cambiamento climatico.

Tre sfide che richiedono infrastrutture scientifiche e digitali d’avanguardia e un’importante capacità di produrre conoscenza di frontiera.

La conoscenza diventa lo spartiacque tra i Paesi avanzati e i Paesi in ritardo di sviluppo. Questo è il nodo che l’Europa deve sciogliere per poter ancora contare nel mondo.

A dieci anni dall’approvazione di Europa 2020 molto poco di concreto è stato purtroppo messo in cantiere. I problemi sociali, soprattutto occupazionali  hanno condotto i Governi a concentrare gli interventi piuttosto sul lato dell’offerta, sulla riduzione dei costi di produzione e sull’introduzione di una maggiore flessibiità nei contratti di lavoro. Due obiettivi tendenti a mantenere in vita il modello economico “quantitativo”piuttosto che a cambiarlo.

Ingessati in questo modello, I Paesi non hanno saputo reagire in modo adeguato alle difficoltà. Si sono limitati ad utilizzare degli schemi interpretativi vecchi e a prendere nella cassetta degli attrezzi strumenti e misure tradizionali inadeguati, senza rendersi conto che la globalizzazione avrebbe vanificato ogni tipo di intervento tradizionale.

E’ auspicabile che le importanti risorse messe a disposizione dei Paesi vengano utilizzate per colmare i ritardi accumulati nella trasformazione del modello economico tenendo ben presente l’attualità e validità delle sfide proposte da “Europa 2020”. Assicurare ai cittadini europei una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva richiede la capacità di (ri)-inventare il nostro futuro, di adottare un nuovo modo di vivere, di organizzarci e di agire.

Le tre priorità su cui sta puntando la Commissione Von der Leyen: “green deal, digitalizzazione e un’economia sociale” sono solo formulate in un modo diverso, forse più comprensibile dai non addetti ai lavori, ma sono nella sostanza identiche a quelle di “Europa 2020” e non sono molto dissimili dai bisogni di cambiamento del modo di vivere, di un’economia più umana e di un maggiore ruolo della scienza, emersi durante la pandemia.

La situazione italiana

La difficile situazione economica del nostro Paese è ben sintetizzata da questi tre paradossi: “più si investe nella riduzione dei costi di produzione meno occupazione si crea, più si investe in ricerca meno innovazione si genera, più si investe in alta formazione più fuga di cervelli si favorisce”.

Il recentissimo sondaggio sull’impatto economico generato dal covid19 sulle imprese, fatto durante il confinamento, dalla società MET su un largo campione d’imprese grandi e piccole, fa emergere la risposta a questi paradossi, chiarisce le ragioni che stanno alla base della nostra pesante crisi economica. Di fronte alla domanda “quali investimenti e spese siete obbligati a tagliare per superare la crisi”  la risposta corale ha indicato la ricerca. Se si considera che solo il 15-20 per cento dell’industrie italiane fa o usa la ricerca, la risposta assume ben altro peso. Diventa preoccupante constatare che il problema strutturale del nostro sistema economico è dovuto al perdurare di un modello quantitativo che non usa la conoscenza, non occupa ricercatori e personale con alta formazione e fa pochissima innovazione, quasi sempre incrementale e marginale. Pochissimo è stato fatto dalla Politica in questo ultimo quarto di secolo per  cambiare questa situazione. Nonostante i ripetuti segnali e le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea poche sono state le trasformazioni realizzate. 

Cambiare il modello economico non è certamente un’impresa facile perché implica l’abbandono di molti principi economici, ritenuti ancora validi e immutabili, fare tabula rasa per poter riorganizzare l’intera struttura produttiva. C’è una evidente esitazione a convincersi che il ritorno alla situazione precedente, agli anni della crescita facile è ormai impossibile, illusorio e ingannevole. Si assiste ad una specie di accanimento terapeutico da parte della classe dirigente nel voler conservare la struttura industriale esistente anche se da segni importanti di obsolescenza, nel voler insistere sulla necessità di ridurre i costi di produzione come unica via per ritrovare la competitività. Non ci si rende conto che la soluzione è quella opposta consistente nell’aumentare il valore dei prodotti e dei servizi. Un’operazione fattibile se si dispone di conoscenza e si ha la capacità di trasformarla in soluzioni innovative.

In questa prospettiva l’educazione, la formazione, la cultura e la ricerca assumono un ruolo cruciale, sono il capitale su cui investire per cambiare. Non si deve esitare a riconoscere questa alternativa prendendo misure forti a sostegno della conoscenza, riconoscendone la centralità e il ruolo determinante e trainante. I cittadini, dopo l’esperienza della pandemia, sembrano convinti che la cultura e la ricerca non debbano più essere l’oggetto di tagli ma divenire un’area prioritaria d’investimento. E’ proprio nei momenti di difficoltà che si deve avere il coraggio di fare tagli selettivi in aree di scarsa rilevanza, ridurre gli approcci assistenziali a quei settori e attività senza futuro, per liberare le risorse da dedicare alle riforme e attività più promettenti che ci possono condurre nell’Era della Conoscenza con tutte le carte in regola.

L’Europa dopo lunghi negoziati, è riuscita per la prima volta a varare un “recovery fund” intorno ai 750 miliardi di cui 250 in prestiti a lunga scadenza e 500 a fondo perduto che si aggiungeranno, una volta approvati dal Consiglio e dal Parlamento Europeo, ai mille e ottanta miliardi previsti nella proposta di bilancio pluriannuale 2021-2027.

Il nostro Paese potrà contare su una somma importante intorno a ottanta  miliardi di euro, di  finanziamenti a fondo perduto, a cui si aggiungeranno i fondi strutturali, i fondi per l’agricoltura e i fondi ricerca per un totale vicino ai centocinquanta miliardi.  Una quantità ragguardevole di risorse da utilizzare bene, da non distribuire a pioggia come fatto fino ad ora. Il Paese dovrà essere capace di guardare al futuro, di definire un piano di importanti interventi, comportanti pochi progetti di grande impatto sul territorio, in grado di cambiare il modello di produzione e di consumo. L’Europa valuterà i nostri progetti in termini di qualità  e  di merito. Non potremo certamente utilizzare queste risorse senza un’idea chiara di futuro e senza eliminare l’impalcatura burocratica che ne soffoca e ritarda l’utilizzazione.

Questo è uno dei nodi che l’Europa ci chiede di sciogliere per poter utilizzare pienamente i fondi che ci verranno attribuiti.

Conclusione

La pandemia determinata dal covid-19 come qualsiasi altro evento tragico, imprevisto e improvviso è il segnale che un equilibrio si è rotto e che il sistema sta evolvendo verso nuovi equilibri. Più dell’uomo sembra che sia la natura stessa a spingere l’umanità al cambiamento, a trovare nuove forme di adattamento. E’ attraverso le difficoltà che l’uomo ritrova se stesso e la capacità di migliorare. Ritrova la resilienza, la solidarietà e la capacità di collaborare, il bisogno di condividere e di fare squadra per superare le emergenze. C’è bisogno di una distruzione creatrice per fare avanzare il mondo, per spingere la società ad accettare i cambiamenti. Il timoniere esita a cambiare rotta quando il mare è calmo, vuole approfittare della bonaccia per andare sicuro e più lontano, solo la tempesta, contrariamente alla logica, lo obbliga a scegliere una nuova rotta. La tempesta generata dal covid-19 oltre agli aspetti importanti sottolineati nella premessa ha fatto emergere negli europei il bisogno di più Europa sovrana, di una Europa più forte per contare nello scenario globale. Improvvisamente la pandemia ha rotto gli schemi tradizionali, ha silenziato i dibattiti sterili su cui l’Europa si era incagliata, per aprirle nuovi orizzonti di crescita e integrazione.

In continuità con il suo inizio, il sogno di un’Europa Unita, sorto dalle ceneri della seconda guerra mondiale, ha continuato a svilupparsi per tappe successive, quasi sempre innescate da crisi. Il loro superamento ha visto ogni volta il conferimento di nuovi pezzi di sovranità all’Unione. Anche il covid-19 ha permesso di fare dei passi importanti in avanti in materia di bilancio, in campo finanziario e molto probabilmente anche nella salute, tema quest’ultimo di esclusiva competenza dei Paesi Membri. Ultima considerazione sui risvolti positivi e insospettati prodotti dalla complessità. Nessuno avrebbe mai osato pensare che “grazie” all’uscita del “Regno Unito”, l’Unione Europea sarebbe stata in grado di adottare, dando prova di solidarietà, un “recovery fund” con sostanziali risorse a fondo perduto.

Ezio Andreta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *