L’Aquila, un terremoto che è stato uno spartiacque

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“Non tornerò più lo stesso, non torneremo più gli stessi, ma quella crepa che mi solca dentro dovrà diventare il mio punto di forza”: Luca Lombardi, oggi medico, 10 anni fa era uno degli studenti fuori sede dell’Aquila e ha vissuto – salvandosi – il dramma del terremoto. Non ne ha mai voluto parlare. Troppo il dolore e lo strazio per quello che ha visto e vissuto. Ma oggi la sua pagina Facebook restituisce a tutti – ma in primo luogo a sé stesso – il ricordo di quei tragici giorni che sono stati – in tutti i sensi – uno spartiacque.

Dieci anni fa… Dove ero dieci anni fa? In questo momento, nell’ora in cui scrivo stavo scendendo per via della Strega. Avevo deciso. Dopo l’ultima scossetta di pochi minuti prima, avevo deciso di scendere al Picchio. Quel bar tanto da tutti conosciuto, ma per me così nuovo…
Erano solo pochi mesi che mi ero trasferito all’Aquila. Quella città che sembrava d’un tratto avermi preso per il colletto della maglia e trascinato via da una capitale tentacolare.
Via della Strega era una stradina piccolina che mi conduceva direttamente, da casa mia, in via dei Colli Brincioni, centro città, fino alla piazzetta del Picchio. Ma in via della Strega quella sera l’aria era ferma. E non tirava un filo di vento. Né di quelli che portano con sé le folate gelide di polvere di neve del Gran Sasso, a pochi km da lì. Non un alito che smuovesse quella notte che sembrava così calma, nonostante il tremare di pochi minuti prima.
E fu quella quiete che incontrai, in via della Strega, quell’ aria così ferma da essere elettrica. Sentii un brivido che mi fece sentire solo. Eppure ero così contento di aver ripreso a studiare, a respirare aria buona, a vivere.
Chi poteva immaginare che la piazzetta cosi carina, che si trovava alla fine di via della Strega, quel bar Picchio che già immaginavo un punto di ritrovo mio e dei miei nuovi compagni di vita… chi poteva immaginare che quella strada non l’avrei più percorsa. Per lo meno non più come era stata. Non più avrei rivisto molti di quei volti che mi avevano fatto sentire a casa, in quella città per me così affascinante, così nuova, per me così piena di speranza. 
Quanti riescono a immaginare quanto la vita possa cambiare in pochi secondi?
5,10,20…38 secondi.
É più facile che gli amori inizino, in così pochi secondi, piuttosto che finiscano. Così… Senza salutarsi, senza nemmeno il tempo di potersi dire: “ci vediamo domani”.. –
Quante vite hanno respirato, in affanno, con gli occhi pieni di polvere e il sapore metallico in bocca; dicevo quante, come la mia, hanno fatto tutto ciò all’unisono? In una sola notte? In quello stesso momento? Quante strade perse e mai più ritrovate? . Quanti ricordi che sembrano confondersi nella nebbia di palazzi e le loro macerie… campanili, piazze, amori, amicizie, piccole abitudini quotidiane, tutto in un attimo… Puff… Nemmeno il tempo. di rendersene conto. Ed eccoti li sulla strada che ti accompagnerà d’ora in poi: 40 secondi. Anzi trentotto. Ma quel minuto di vita si prolunga fino ad ora, ed è ancora 6 aprile. E lo è di nuovo. Per il decimo anno. Uno spartiacque. Un bivio. Un destino finale. Una porta che ti si chiude all’improvviso dietro.. 
Tabula rasa. I ricordi del prima si fanno confusi…quelli di quelle ore sembrano un sogno, lucido. I ricordi del dopo sono la cronaca di una vita che sto, che stiamo tentando, e stiamo riuscendo a vivere.
.. .
Dove ero dieci anni fa? Ma… Come ero dieci anni fa? Come ero dieci anni fa… Chi ero prima del 6 aprile…?

Piazza S. Vito: di fronte alla chiesa la fontana delle 99 cannelle

Era la Domenica delle Palme, uno dei primi ricordi che ho di quella santa settimana…Mi ero trasferito da poco , e cercavo ogni modo per fare amicizia.
Mi ricordo steso sul prato di Collemaggio che giocavo con delle margherite. Il fresco sole di quella città stava riuscendo a risvegliarmi.
Sentivo che la mia rinascita stava incominciando. li . in quel momento .La pasqua Era la domenica delle palme uno dei primi ricordi che ho di quella santa settimana. Mi ero trasferito da poco e cercavo ogni modo per fare amicizia. per ripartire. Mi ricordo steso sul prato di Collemaggio .Giocavo con delle margherite. Il fresco sole di quella città mi stava finalmente risvegliando. Proprio in quel momento sentivo che la mia rinascita stava incominciando.

La Pasqua della mia vita, dopo gli anni tormentati di una Roma seduttrice ed ingannatrice, era lì, per me. Il sole, l’aria tersa, e quelle margherite che mi guardavano. Tutto questo mi dava il benvenuto. 
Mi sentivo bene, come non succedeva da tempo. Qualche esame finalmente superato, la casa dello studente ed i suoi abitanti mi facevano sentire come uno che era sempre stato lì. La mia nuova stanza, una mansarda nel centro storico di un’ Aquila illuminata.
Ricordo quel pomeriggio di sole ..il percorso da Collemaggio a Fontana luminosa. La mia mente era viva …fiduciosa..
Mi perdevo nei vicoletti di una città per me misteriosa, ma vitale.
Quel pomeriggio del 5 aprile 2009 lo passai in compagnia di qualche mio amico .. dei miei nuovi progetti .. dei miei nuovi sogni (che poi erano quelli che avevo sempre avuto, ma che ora sembravano realizzarsi).

La Basilica di Collemaggio

Avevo passato qualche ora nella casa dello studente e mi ero organizzato con un mio amico dell’Università per ripetere insieme il giorno dopo (non sarei più rientrato in quella casa e non avrei più rivisto quel ragazzo, uno degli artefici della mia rinascita in quella nuova città).
Tutto era perfetto. Certo c ‘era ormai da mesi uno sciame sismico che ci teneva tutti un po’ in apprensione, ma ci avevano detto di non allertarci.
Quel giorno però qualcosa di strano pervadeva quell’atmosfera di quiete: un’aria ferma.elettrica. non un filo di vento.
Verso le nove di sera una scossa mi fece uscire di casa. Passai per quella che veniva chiamata via della strega e quasi respirai cosa sarebbe successo di li a qualche ora. Quel silenzio metteva paura . ti faceva fischiare le orecchie. E il freddo sembrava aver dato una tregua.
Ritornai dopo un’oretta a casa e mi misi a vedere un film (La guerra degli Antò) – e ricordo che mi affascinava il fatto che nel cast recitava un ragazzo aquilano che avevo conosciuto in quei giorni).
Ero solo in una casa che sembrava immensa per quelle che erano le mie abitudini in case universitarie romane. Verso le due mi affacciai alla finestra del salotto. Sembrava che un bimbo stesse piangendo, era invece un cane che latrava con una voce quasi umana. Le luci gialle su via dei Colli Brincioni, e, di nuovo, il rumore di quel silenzio assordante mi proiettarono in un’atmosfera da film per un attimo .. e ancora una volta sentii che ci stavamo avvicinando ad un momento cruciale delle nostre vite.
La mia camera era una mansardina al piano di sopra: decisi di dormire su quei pensieri che si stavano facendo sempre più strani nella mia mente.. ma decisi di dormire vestito. Mi feci compagnia con un barattolo di nutella in cui avevo affondato un cucchiaio. Era l’ora in cui L’Aquila cambiò.
Il muro di fronte a me si aprì e sembrava seguire un percorso già scritto , forse seguendo il modo in cui erano stati posti i mattoni ,al tempo della costruzione di quella casa.. una crepa orizzontale tagliò completamente la parete, in un modo cosi rapido che i miei occhi non fecero in tempo a seguirla; e poi su a tagliare la realtà che avevo davanti, in uno squarcio verticale che ancora è li.
Quello è stato il momento in cui tutto è cambiato. Ho grosse difficoltà a descrivere ciò che provo e devo capire che mai le sensazioni che ho dentro si adatteranno a farsi descrivere da umane, semplici parole.
Quello che riesco a dire è che quello fu il momento che cambiò quella città e i destini di tutte le persone che ci vivevano… compreso il mio.

Un’opera multimaterica di M.T. Protettì ispirata al terremoto dell’Aquila

Riuscii raggiungere la strada, non so per quale motivo. Non so perché io. La terra non smetteva mai di tremare quella notte; sotto i miei piedi potevo percepire un continuo brusio che proveniva dalle viscere del pianeta e la puzza di zolfo ti dava la sensazione di essere all’inferno .
Girato l ‘angolo con via delle Tre Spighe una donna in preda al panico aveva trovato come unica via di fuga quella di lanciarsi nel vuoto dal tetto di casa. Le ringhiere della scuola di fronte tremavano suonando una sinfonia di morte e la polvere si alzava dalle macerie offuscando la realtà.
Ciò che mi fece sopravvivere non lo so cosa sia… probabilmente fu il caso Semplicemente il caso. L’istinto di sopravvivenza agì da analgesico emozionale e mi porto ad allontanarmi dalla morte. Ma ciò che mi salvò fu il caso: non siamo nulla di fronte alla forza della natura.
Quante volte penso a quella notte. Quante volte il tremore causato dal passaggio di un tram o dal fragore di un tuono mi ricordano quanto io abbia somatizzato quella notte. Sono anni ,ma la mia casa distrutta è ancora lì, spaccata in due, penzolante, svuotata della sua anima di vite.
Una notte di qualche anno fa rientrai di nascosto in quella casa .. in quella camera. Ciò che vidi fu la continuazione della vita precedente… quella che sarebbe continuata se quella scossa non avesse stoppato tutto: tutto era distrutto .. ma alcune cose sembravano non aver subito il passare del tempo: il barattolo di nutella era lì, immobile con il suo cucchiaio dentro. Il piumone blu tirato via dal letto, come feci quella notte per scappare. Tutto distrutto, ma tutto immobile nella sua distruzione. Si fermarono anche le lacrime e non riuscii a piangere.
Il terremoto questo fa, ferma il tempo: come le lancette degli orologi rotti al momento del sisma. Polverizza le relazioni (quanti amici non ho nemmeno salutato prima di perderli per sempre; quanto ho pregato per alcuni affinché uscissero vivi dalla casa dello studente, vanamente; al contrario altri che ormai credevo morti rinacquero nel mio cuore quando venni a sapere che si erano salvati (come si può riuscire a spiegare questa sensazione?) .
Il terremoto ha bloccato il tempo, mettendo in pausa nel frame più drammatico del film che stavamo vivendo. Ha tolto tutto in pochi secondi e ci ha cambiato .
Credo che ci abbia dato anche la possibilità di imparare a sopravvivere e di far nostra per sempre questa “conoscenza”.
Non tornerò più lo stesso, non torneremo più gli stessi , ma quella crepa che mi solca dentro dovrà diventare il mio punto di forza, come le vecchie case in pietra che scaricano in un unico punto la potenza distruttrice di un terremoto, salvando la vita di chi le abita.

Luca Lombardi

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