Fabiola Gianotta direttore generale del Cern

Fabiola Gianotta Direttore del Cern

La scienziata italiana Fabiola Gianotti, 52 anni – come coordinatrice  dell’esperimento ATLAS il 4 luglio del 2012 ha annunciato la scoperta del bosone di Higgs, risultato scientifico di immenso valore –  è il nuovo Direttore Generale del CERN di Ginevra, il più importante centro al mondo per la ricerca in fisica delle particelle. A indicarla come successore di Rolf-Dieter Heuer, che ha ricoperto la carica dal 2009, affiancato da Sergio Bertolucci, Direttore della Ricerca e del Computing, è stato il Director General Search Committee del CERN, l’organo deputato alla individuazione e alla nomina del nuovo Direttore Generale. “È con grande emozione e soddisfazione che apprendiamo della nomina di Fabiola Gianotti a direttore generale del CERN”, commenta Fernando Ferroni, presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. “A Fabiola vanno le mie personali congratulazioni e quelle di tutto l’INFN per essere stata scelta a dirigere del più prestigioso laboratorio di fisica del mondo intero. Sappiamo che sarà all’altezza di questa alta responsabilità e che guiderà con classe e sicurezza il CERN verso nuovi successi”.

Inversione della polarità magnetica terrestre in meno di un secolo

L’ultima inversione dei poli magnetici è avvenuta meno di ottocentomila anni fa ed, ora, se ne attende un’altra che secondo l’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Cnr e l’Ingv potrebbe avvenire nell’arco di una vita umana. Lo studio condotto da un gruppo internazionale di ricercatori e pubblicato su Geophysical Journal International, si basa sull’analisi delle proprietà paleomagnetiche di sedimenti deposti sul fondo di un antico lago, ora affioranti in superficie nel bacino di Sulmona, in Abruzzo. L’analisi di questi sedimenti è determinante perché alcune rocce contengono minerali magnetici  che tendono ad orientare la propria magnetizzazione secondo la direzione del campo magnetico terrestre esistente quando si sono formate. Quindi, esaminando il magnetismo delle rocce/sedimenti in epoche diverse è possibile ricostruire l’andamento del campo magnetico terrestre in ere geologiche. In particolare, in questo studio, integrando dati paleomagnetici e geocronologici, è stato possibile evidenziare, per la prima volta, che l’inversione di polarità avvenuta circa 786mila anni fa, fu estremamente rapida, indicando che il fenomeno può svilupparsi in tempi comparabili alla durata di una vita umana. Secondo i ricercatori l’ultima inversione  è stata preceduta da un intervallo di generale instabilità o indebolimento  del campo magnetico terrestre che si è protratto per almeno 6.000 anni. Un’ inversione magnetica è un grande evento planetario legato alla circolazione convettiva nel nucleo fluido metallico della Terra, e la  riduzione della sua  intensità con il conseguente indebolimento del campo magnetico, che di solito precede e accompagna le inversioni di polarità, potrebbe potenzialmente avere ripercussioni sui sistemi satellitari e sulle reti di distribuzione dell’energia elettrica a causa della maggiore penetrazione del vento solare verso la superficie della Terra.

ScienzaPerTutti dell’Infn, lancia il concorso per le scuole 2015: il tema è la Luce

C’è tempo fino al 31 gennaio per registrarsi al concorso annuale per le scuole di ScienzaPerTutti. In occasione dell’anno Internazionale della Luce e delle tecnologie basate sulla Luce proclamato dall’ONU e del Nobel per la Fisica 2014 assegnato ai ricercatori giapponesi Isamu Akasaki, Hiroshi Amano e Shuji Nakamura inventori del led a luce blu, l’Istituto Nazionale fisica nucleare ha scelto come  tema  la Luce. Giunto alla X edizione, il concorso si rivolge alle scuole secondarie superiori e inferiori che hanno tempo fino al fino al 31 gennaio per registrarsi sul sito. Studenti e docenti sono invitati ad affrontare e sviluppare il tema della “Luce” nelle modalità e prospettive più stimolanti, con massima libertà di espressione nella sottomissione di elaborati, disegni, foto o video che devono pervenire entro il 16 marzo. La premiazione avverrà in una cerimonia pubblica. Informazioni e modulo di iscrizione sono accessibili all’indirizzo:http://scienzapertutti.lnf.infn.it/

Il festival della scienza di Genova ha chiuso i battenti

Oltre 180 mila visite in dieci giorni e grandi ospiti internazionali: si è chiusa con successo la dodicesima edizione del Festival della Scienza, che dal 24 ottobre al 2 novembre ha illuminato Genova come capitale della Scienza. Protagonista il Tempo in tutte le sue sfaccettature, con grande attenzione verso quello presente. Il Festival ha colto nel segno programmando in anticipo questioni di attualità, come gli incontri sui cambiamenti climatici e il virus Eboladove il pubblico ha trovato risposte autorevoli su temi ormai quotidiani. Laboratori, conferenze, mostre e spettacoli hanno risvegliato anche quest’anno la passione per la scienza e la solita, travolgente, voglia di imparare. Come con la conferenza sul Bosone di Higgs che ha attirato una folla da stadio, o con la lezione di meccanica quantistica che si è addirittura dovuta trasferire in piazza Matteotti con il pubblico sulla scalinata di Palazzo Ducale. «Il Festival si conferma sempre di più un luogo di scambio culturale, comunicazione scientifica e formazione professionale – ha sottolineato Vittorio Bo, direttore del Festival – I giovani, e non solo loro, vengono per curiosità, interesse, passione, ma anche per capire come pensare e progettare il loro futuro. Il nostro obiettivo è rendere la scienza accessibile e familiare, superando confini e limiti, geografici e culturali.

Scoperto un nuovo pianeta extrasolare distante 3mila anni luce da noi

Si chiama PH3c ed è stato scoperto “ufficialmente” da un team di ricercatori dell’Università di Yale negli Stati Uniti, ma in realtà a individuarlo è stato il “colpo d’occhio”, determinante in questo caso, dei volontari del programma  “Planet Hunters”, quasi 300mila  in tutto il mondo.  Scoprirlo non è stato facile,  perché questo  esopianeta presenta delle anomalie nei tempi di transito davanti alla sua stella madre, e questo aveva eluso gli algoritmi automatici che gli astronomi utilizzano per individuare nuovi pianeti attraverso l’analisi degli andamenti delle variazioni di luce della stella  Kepler-289, una delle tante stelle monitorate dalla missione Kepler della Nasa. Kepler-289 è una giovane stella di massa simile al Sole in direzione della costellazione del Cigno e PH3c, che gli orbita intorno,  è un pianeta con una massa circa quattro volte quella della Terra e con una bassa densità, probabile indizio di una composizione in gran parte di idrogeno ed elio. Ma intorno a Kepler-289  PH3c non è solo,  ci sono altri due pianeti, uno interno e uno esterno alla sua orbita, scoperti precedentemente e  dei quali ora, grazie a queste nuove indagini, si conoscono le masse: circa 8 e 132 volte quelle della Terra, rispettivamente.

La Terra è nata bagnata

Lo ipotizza uno studio dell’Istituto Oceanografico Woods Hole, Usa, basato sull’analisi di antichi frammenti dell’asteroide Vesta, che confuta che l’acqua sul nostro pianeta sia arrivata solo dopo la sua formazione con gli impatti cometari. Nella ricerca, si spiega che analizzando alcuni meteoriti chiamati Eucriti, che si ritiene provengano dall’asteroide Vesta, unrelitto del sistema solare ancora in formazione prima della nascita del nostro pianeta, siano state trovate tracce di proto- acqua, e cioè non vera acqua, ma  impasti di materiali di vario tipo in cui sono presenti gli ingredienti dell’acqua. Secondo lo studio, pubblicato su Science, l’acqua di Vesta sarebbe la stessa di quella terrestre e la loro fonte comune sarebbero state non le comete, ma le condriti carbonacee, una particolare tipologia di meteoriti, oggetti molto antichi e che contengono acqua.. “Questo vorrebbe dire quindi – commenta Maria Cristina De Sanctis, dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziale dell’INAF  – che la Terra fu sin dall’inizio un corpo idrato, ossia umido e già dotato di acqua, e non, come sostengono altre teorie, un  pianeta secco”.

Il buco dell’ozono sull’Antartide è stabile

Quest’anno la sua massima estensione supera di poco 24 milioni di chilometri quadrati. Una stabilità in realtà instabile, secondo ricercatori della Nasa e del Noaa  (Agenzia americana per l’atmosfera e gli oceani) perché minacciata dai cambiamenti climatici. L’ozono è un gas leggero, ma importante perché scherma la Terra dalle radiazioni provenienti dal Sole e dallo spazio. Una barriera già da anni danneggiata dalle sostanze nocive che l’uomo manda in atmosfera, tra queste i famigerati clorofluorocarburi (Cfc), la cui produzione è da anni bandita. Secondo i dati l’ampiezza del  “buco” dell’ozono sopra l’Antartide oscilla periodicamente durante l’anno e avrebbe raggiunto il suo massimo 11 settembre con un picco di 24,1 milioni di chilometri quadrati, lontano da quello registrato nel 2000 di 30 milioni di chilometri quadrati.  Ma a minacciare lo strato dell’ozono  ci sarebbero, secondo i ricercatori della Nasa, le variazioni della temperatura a causa del riscaldamento globale:  un loro aumento potrebbe  ridurne ulteriormente lo strato.

Scoperto il  gene che resiste all’Ebola

Si chiama Tek, ha un ruolo nell’attivazione della coagulazione del sangue e, secondo i ricercatori dell’Università di Washington, influenza la sensibilità al virus. Una scoperta che  apre la strada allo sviluppo di terapie e vaccini contro la malattia e che parte dalla constatazione che non tutte le persone colpite dal virus Ebola, sviluppano i sintomi dell’infezione, come: ritardo nella coagulazione, febbre emorragica, insufficienza della funzionalità degli organi ecc. Tutti sintomi che normalmente portano alla morte, ma che alcune persone sviluppano in maniera moderata, mentre  altre addirittura resistono completamente. Per capire il perché di questa differente risposta all’attacco del virus i ricercatori hanno creato sperimentalmente un gruppo di topi di laboratorio geneticamente eterogeneo e studiato la loro diversa risposta alla malattia che, percentualmente, si è rivelata alla fine della sperimentazione simile alla varietà osservata nell’epidemia in Africa occidentale. Secondo i ricercatori è il gene Tek, che attivando i fattori di coagulazione, influenza la sensibilità al virus.

Rita Lena

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