Europa Oggi: la libertà di informazione e la Corte di Strasburgo

La libertà di espressione è uno dei pilastri della democrazia. E’ stato il motore delle due principali rivoluzioni dell’Occidente e ha permesso di illuminare il cammino dell’uomo, come professava Kant, aiutandoci  nell’uscita dallo stato di minorità che egli stesso auspicava. Oggi a distanza di tre secoli lo scenario è molto cambiato, la vita quotidiana è fatta di un tessuto sconfinato di interconnessioni e l’accesso alle informazioni è a disposizione di tutti ventiquattro ore al giorno. Accesso allo strumento non è sinonimo però di uso critico del mezzo, ed ecco il dilagare di fenomeni quali le fake news o l’hate speech – il discorso d’odio – che si declina anche nel cyberbullismo, una delle piaghe del nostro tempo.schermata-2018-01-30-alle-12-36-52

Sul terreno dell’informazione gioca un ruolo anche il citizen-journalism, che induce sempre più persone a cimentarsi con testimonianze dirette di ogni tipo.

A ciò si aggiunga l’entrata in scena di attori nuovi nelle vesti di intermediari-chiave tra produttore e fruitore di contenuti, sul filo di un confine sempre più labile tra pubblicità e materiale editoriale.

Questa è la cornice in cui opera il giornalista contemporaneo, sempre più impegnato con vecchie sfide e nuovi competitor, perché se è vero che si tratta del quarto potere, è altrettanto innegabile che anche la democrazia più evoluta mal tollera il contraddittorio a viso aperto, vista la necessità di largo consenso.

Se pensiamo poi a circostanze contingenti quale la minaccia del terrorismo islamico, che si serve dell’uso massivo dei social media e delle piattaforme di condivisione video per il reclutamento, ecco che la paura e la minaccia vengono strumentalizzate per un controllo più penetrante delle autorità e una conseguente compressione del diritto alla libertà di espressione.

La sicurezza nazionale è certo uno degli obiettivi contemplati nella CEDU che permette “un’invadenza” nel campo dell’informazione, troppo spesso, però, dietro lo spauracchio del terrorismo si celano fini meno nobili. I giornalisti subiscono ogni giorno minacce e sono dissuasi dal portare a termine il proprio compito. Si attiva il cosiddetto chilling effect, un effetto raggelante sull’informazione che si trasforma nel più alto tradimento verso la professione e il cittadino: l’autocensura, il fallimento della democrazia. La scelta consapevole di non adempiere al proprio mandato di cane da guardia del potere, per paura di ritorsioni, e a volte per non mettere a repentaglio la propria incolumità.

Non si tratta di allarmismo: dati UNESCO alla mano circa 800 giornalisti hanno perso la vita nel solo 2016, solo l’8% di questi crimini è stato risolto, spesso sono le stesse autorità ad essere complici nell’ostacolare il corso della giustizia. Dati sconcertanti.

 

Alla luce di un simile quadro è lodevole l’opera della Corte di Strasburgo che si fa portavoce delle istanze della Convenzione europea sui diritti dell’uomo e del cittadino. È l’organo cogente a cui si demanda il rispetto del dettato normativo della convenzione. L’unico interprete e garante del rispetto dei diritti ritenuti inviolabili dell’uomo nel contesto regionale europeo.

Gli Stati firmatari sono tenuti al rispetto delle sentenze del Collegio EDU e si impegnano a uniformare il proprio giudizio e ad accogliere i principi desunti dalla prassi giurisprudenziale.

 

ueLa Corte riserva grande tutela per la libertà di espressione, negli anni ha sviluppato un proprio sistema di giudizio e collezionato una copiosa casistica in merito.Per Strasburgo la libertà di espressione e il suo corollario, quella d’informazione, è basilare in un ordinamento democratico e funzionale per l’esercizio di altri diritti quali quello di voto, che permette il corretto funzionamento di uno stato.

I giudici europei hanno elaborato la cosiddetta tutela a cerchi concentrici, quando si parla di libertà di espressione. Un concetto molto semplice. Nei casi in cui è adita per bilanciare il diritto ex articolo 10 CEDU con altri di pari rango, ritiene che più il pezzo/servizio/post incriminato tratti di political speech e sia di interesse per la collettività e alimenti il dibattito, meno sarà probabile la condanna.

Più ci sia allontana dal nucleo meno vi sarà tutela. Così, se un giornalista utilizza toni aspri e scioccanti, ma racconta il vero riguardo un personaggio politico o una vicenda di interesse per la collettività, ha verificato le sue fonti e, quindi si è comportato in modo deontologicamente corretto, non potrà incorrere in una condanna per diffamazione o per altro reato attinente la professione. Al contrario se si tratta di mero gossip o peggio trattano di privati cittadini senza che ci sia un interesse per la collettività, e se sono state ignorate le best practices della professione, allora la condanna è certa.

Non potrebbe essere più cristallino, eppure la situazione reale non corrisponde a quella auspicata da Strasburgo.

La sottoscrizione CEDU è cosa seria, le conseguenze delle violazioni pesano sui curricula degli Stati trasgressori.

E l’Italia? Il nostro Paese non esce vincitore da questa disamina. Troppo spesso è incorso in sanzioni e ancora oggi nessuna legislatura è stata in grado di mettere mano in modo serio, sistematico e lungimirante ad una riforma della legge sulla stampa. Si è parlato spesso di disegni o proposte, ma non si è mai arrivati a capo di una soluzione che soddisfi i criteri guida dettati da Strasburgo e dagli altri atti internazionali di cui siamo firmatari.

convegnoVioliamo la Convenzione perché in sede di giudizio condanniamo i giornalisti per diffamazione estrapolando singole frasi dal contesto dell’articolo senza tener conto dell’interesse della collettività a ricevere determinate informazioni. Condanniamo i giornalisti per attacchi a figure pubbliche o politiche, ignorando che il dibattito e la critica sono l’ossigeno della democrazia.

Sono previste e comminate sanzioni pecuniarie ingenti a carico dei giornalisti. Ancor più grave, però, il nostro ordinamento contempla il carcere per i reati a mezzo stampa. Un deterrente che non è un caso unico in Europa – vedi Germania, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna – che ci rende, non solo soggetti alle sanzioni di Strasburgo ma soprattutto un sistema che produce danni ingenti.

Ogni anno per il reato di diffamazione vengono presentate 5904 querele, 5125 delle quali archiviate in fase istruttoria, si tratta di querele temerarie che innescano il temuto chilling effect  sulla libertà di espressione. Prendendo in prestito i risultati delle ricerche della Onlus Ossigeno per l’informazione – elaborati sulla base dei dati forniti dal Ministero della Giustizia – sappiamo che nel solo 2015 sono state 911 le citazioni per risarcimento; 45,6 milioni di euro l’ammontare delle richieste di danni, 54 milioni quelle per le spese legali e 103 gli anni di galera comminati ai giornalisti.

Nel nostro Paese 30 cronisti vivono sotto scorta, 19 di questi 24 ore su 24 con scorta armata, 3.000 hanno denunciato minacce e 30.000 hanno subito intimidazioni, il 40% con querele pretestuose. Numeri sconcertanti che delineano una situazione insostenibile e inaccettabile in uno Stato democratico. Uno scenario inquietante che esige di essere sovvertito.

Natalia Sacchi

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