Elezioni europee, appello ai giornalisti italiani

Da un’ottima lezione d’un cattivo maestro di giornalismo: “l’Unione europea è noiosa, Ue nel titolo è uno stimolo a cliccare altrove”. E quando dirla giusta è troppo complicato e molto macchinoso, è quasi scontato che abbiano la meglio quelli che la dicono sbagliata, ma in modo efficace e immediatamente comprensibile. E allora salta fuori la ricetta autogol: lo ‘slow social’ per parlare d’Europa sui ‘social media’, che sono nati per essere ‘fast & smart’, non certo per essere ‘slow & boring’. Ché altrimenti mi leggo un libro o mi guardo uno spot della pubblicità progresso.

Naturalmente, qui si parla di informazione, che è il territorio del giornalista. La comunicazione è altra cosa, anche se talora la si affida ai giornalisti sia pure con riluttanza: chi lo fa, in genere pensa di capirne più di loro e mal ne regge la spocchia di quelli che sanno ‘che cosa fa notizia’, mentre l’altro sa ‘che cosa bisogna dire’ (se poi la gente non lo legge, o non lo ascolta, o non lo guarda, chi se n’importa?, sbaglia la gente, o il giornalista che non lo infiocca bene).

Divago. Torniamo all’Europa. Perché uno che non ne sa nulla capisca di cosa si parla e cosa si dice, bisogna aprire un inciso quasi a ogni termine, a partire da quelli apparentemente più banali; non basta certamente mettere in fila l’una dopo l’altra parole corrette. Facciamo un esempio: “Su input del Consiglio europeo, la Commissione europea trasmette al Consiglio dei Ministri e al Parlamento una proposta di direttiva, sollecitandone l’approvazione entro la fine dell’anno” è una frase potenzialmente corretta, ma assolutamente incomprensibile.

Per capirla, bisogna sapere che il Consiglio europeo è il Vertice dei leader dei Paesi dell’Ue, che ha compito di indirizzo delle politiche europee; che la Commissione europea non è quella congrega di burocrati e funzionari delle litanie televisive dei politici nostrani, anche di auto-asseriti ‘europeisti’, ma è il ‘governo’ dell’Ue, l’organo esecutivo; che il Consiglio dei Ministri non è il governo, ma l’organo legislativo, come, anzi molto di più, del Parlamento, che è l’organo co-legislativo; e, infine, ma questo è facile, che una direttiva è una legge.

In queste condizioni, l’informazione europea nasce battuta dalla disinformazione europea. Primo, perché – indipendentemente dalla materia – inventare o demolire è comunque sempre più facile, e meno faticoso, che documentare e costruire; secondo perché sull’integrazione si realizza un’alleanza, talora involontaria, tra l’approssimazione, e talora la maliziosità, delle fonti e l’impreparazione dei giornalisti, che sull’Unione spesso non sono in grado di percepire la differenza tra una un’affermazione corretta e una in sé scorretta. Ancora un esempio: “Sui migranti in attesa d’autorizzazione di sbarco da una nave alla fonda fuori da un porto del Mediterraneo, decida l’Europa”, dice un governo. Ma come? Se nessuno ha dato all’Europa il potere di decidere?, anzi se tutti i governi hanno appena sottoscritto un documento per affermare che nulla si decide se tutti non sono d’accordo?

Ora, è storia vecchia, ma purtroppo tuttora vera, che il giornalista italiano, nonostante un percorso professionalizzante apparentemente impegnativo, può acquisire il suo titolo senza sapere nulla d’Europa, senza avere mai fatto un corso o anche solo un seminario sull’informazione europea. Ma affrontare ora questa che, più di una lacuna, è un’assurdità, è necessario e sarebbe opportuno, ma non migliorerebbe la qualità dell’informazione sulle elezioni europee del prossime maggio (però, fin quando non ci si mette mano, saremo sempre allo stesso punto).

Nell’immediato, piuttosto, l’informazione europea ‘buona’, corretta, affidabile, dovrebbe evolvere da difensiva in offensiva: invece d’essere sempre in ritardo sulla prima palla, arrivare sempre prima anche sulle seconde palle, così da non trasformare articoli come questo sull’informazione europea in una sorta di ultimo quadrato del generale Custer al Little Big Horn, dove alla fine comunque soccombi.

Oltre che spiegare l’esistente, e denunciare le carenze, l’informazione europea dovrebbe spingersi alla costante esplorazione di nuovi territori d’integrazione e di collaborazione, in cui gli altri devono seguirti, che se no fanno la figura dei pavidi. Ma mi sa che questo, prima dell’informazione, debba farlo la politica.

Al posto di spiegare che, sui migranti, l’Unione non ha strumenti per decidere perché i governi non glieli hanno dati, proviamo a spiegare i vantaggi, dal punto di vista della sicurezza, dell’efficienza e dei risparmi, di affidare all’Ue il controllo delle frontiere esterne e i processi di accoglienza, vaglio delle domande di asilo e integrazione: procedure e criteri uniformi e concordati, niente duplicazioni, azzeramento delle diffidenze alle frontiere interne, perché l’immigrato che circola nell’Unione lo fa con l’avallo dell’Unione e quello eventualmente respinto lo è dall’Unione, non dal singolo Paese.

In attesa che la buona informazione s’impadronisca della palla e giochi all’attacco, ché fin quando ce l’hanno gli altri tocca giocare in difesa, ben vengano iniziative come quella del Dipartimento delle Politiche europee della Presidenza del Consiglio, che, in occasione della Settimana dell’Amministrazione aperta, ha organizzato una mattina d’incontro con studenti medi e universitari sul tema delle ‘Euro-parole: dillo in italiano’.

Stimolati dai ragazzi, professori, funzionari, giornalisti hanno argomentato che dirlo in italiano è meglio che dirlo – il più delle volte – in inglese, per cui il Patto di Bilancio, per quanto oscuro, è comunque meno fuorviante del Fiscal Compact. Tutti d’accordo nel deprecare l’auto-compiacimento degli euro-giornalisti che “frequentano la Maison e hanno un po’ di background sull’acquis communautaire, per cui vanno a un briefing pre-Summit sugli spitzenkandidaten”. Ma è poi saltato fuori il dubbio che le cose, pure dette in italiano, possono essere ostrogote: chi mai s’immagina, se non lo sa, che dietro l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune e il suo Servizio europeo di azione esterne non si cela un alto burocrate con il suo ufficietto di funzionarietti, ma l’archetipo del Ministro degli Esteri europeo e di una diplomazia europea? Però, qui a nascondere la mano dopo avere gettato il sasso è chi decide, non chi informa.

Giampiero Gramaglia

(articolo pubblicato il 2 maggio su Media Duemila)

Giampiero Gramaglia è attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l’AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.

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