COVID-19 San Raffaele, sperimentata per la prima volta la colchicina

Medici dell RCCS Ospedale San Raffaele, Milano, riferiscono in uno studio  pubblicato  su Clinical Immunology, che,  in piena pandemia, hanno sperimentato su pazienti  domiciliari Covid positivi la colchicina, una molecola di origine vegetale estratta dalle piante del genere Colchicum,  con effetti antinfiammatori e nota fin dall’antichità.

La  colchicina,  viene normalmente considerata come terapia di scelta nella gotta, nelle pericarditi croniche e in malattie auto-infiammatorie caratterizzate da febbri periodiche, come la febbre mediterranea familiare. I pazienti coinvolti nella sperimentazione,avevano manifestato, col passare dei giorni, caratteristiche cliniche che facevano pensare ad un’evoluzione iper-infiammatoria. Una complicazione che colpisce circa il 30% dei casi di Covid-19, nei quali,si osserva, dopo una iniziale fase prodromica,  la comparsa di febbre elevata, tosse e affaticamento respiratorio.

Lo studio, condotto da Emanuel Della Torre, ricercatore dell’Università Vita-Salute San Raffaele e immunologo presso l’Unità di Immunologia, Reumatologia, Allergologia e Malattie Rare dell’IRCCS San Raffaele, e coordinato da Moreno Tresoldi,  primario dell’Unità di Medicina Generale e delle Cure Avanzate, descrive per la prima volta l’efficacia e la sicurezza del farmaco antinfiammatorio in pazienti COVID positivi e sottolinea l’importanza di agire tempestivamente, per ridurre il rischio di un peggioramento causato dalla risposta infiammatoria. In questa malattia,come è ormai noto,  l’efficacia dei trattamenti  dipende,  anche e soprattutto, dalla precocità della loro somministrazione.

“Colchicina – spiega Emanuel Della Torre – è stata somministrata con una dose di carico seguita da una dose di mantenimento dopo almeno cinque giorni di febbre > 38°C”. Tutti i 9 pazienti trattati a domicilio si sono sfebbrati entro 72 ore con risoluzione della tosse e solo in un caso è stato necessario procedere al ricovero per un supporto di ossigeno a basso flusso”.

Come spiegano i ricercatori i meccanismi fisiopatologici responsabili della transizione da una fase pauci-sintomatica a una polmonite iper-infiammatoria in pazienti COVID-19, sembrano risiedere nell’attivazione dell’inflammasoma da parte del virus. L’inflammasoma è un complesso di proteine che, se attivato, porta al rilascio di mediatori dell’infiammazione, le citochine, responsabili  della “tempesta citochimica” che provoca febbre alta e gravi danni agli organi.

”Nei pazienti con forme gravi di COVID-19 ricoverati in tutto il mondo, questi mediatori – spiega ancora  Emanuel Della Torre –  sono oggi bersaglio di terapie somministrate per via endovenosa con l’intento di bloccare a monte la cascata infiammatoria e spegnere la cosiddetta tempesta citochinica. Nel nostro studio – conclude – abbiamo deciso di usare colchicina perché  agisce bloccando l’attivazione dell’inflammasoma, impedendo l’eccessivo accumulo di cellule infiammatorie nei tessuti, e, secondo alcuni studi, ostacolando l’ingresso del virus nelle cellule”. Sebbene siano necessari ulteriori studi per confermare questi primi risultati, a favore del farmaco gioca il fatto che è diffuso in tutto il mondo, è somministrabile oralmente ed è a basso costo.

Rita Lena

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *