Connessione tra batteri intestinali e depressione

La depressione può essere causata da un’alterazione dell’equilibrio della  flora batterica intestinale? Sembra proprio che sia così. Già da tempo gli scienziati parlano di un filo diretto tra cervello e intestino, un asse in cui i due sistemi, il sistema nervoso centrale e il sistema nervoso enterico, che governa le funzioni fondamentali dell’apparato digerente, si influenzano vicendevolmente.

Nel nostro intestino ci sono più o meno 500 milioni di neuroni, un secondo “cervello”, come lo ha definito , Michael D. Gershon della Columbia University, che, in autonomia,  è in grado di comunicare con il cervello, trasmettendo segnali nervosi e anche sostanze, “buone” e “cattive” che  entrano in circolo e, oltrepassando la barriera emato-encefalica, raggiungono il cervello, Tra queste, ormoni neurotrasmettitori, come ad esempio la serotonina i cui livelli influenzano il nostro umore nel bene e nel male, per questo già molti studi associano la depressione (o MDD disturbo depressivo maggiore) ad alterazioni della composizione del microbiota intestinale. Nel nostro intestino vivono, infatti miliardi tra batteri, virus e arcaea, due chili di microrganismi, che vivono con noi,  cooperano con il nostro organismo con il quale  si sono evoluti nel corso di milioni di anni, e, se sani e in equilibrio, sono benefici per la nostra salute e per il nostro sistema immunitario.  Ora, un gruppo internazionale di ricercatori cinesi, appartenenti a diverse università,  e americani, in un nuovo studio pubblicato su Science Advance  hanno identificato tre batteriofagi (virus che infettano esclusivamente batteri), 47 specie batteriche e 50 metaboliti fecali presenti, in modo più o meno abbondante, in persone affette da depressione, rispetto ad un gruppo di controllo sano. Lo studio,condotto  su 311 persone, dimostra che  l’MDD potrebbe essere influenzato da un’alterazione del microbiota intestinale. Jian Yang e colleghi  (University in Beijing,  University in Chongqing,  University in Hangzhou, Cina e State University of New York (SUNY) in Syracuse) hanno sviluppato, sulla base di quanto scoperto,  una serie di marcatori basati sulla diverse caratteristiche batteriche, virali e metaboliche  che  caratterizzano la depressione e che differenziavano, effettivamente, i pazienti con MDD rispetto ai pazienti del gruppo di controllo. Uno strumento diagnostico nuovo basato su biomarcatori che, potrebbe aiutare, suggeriscono i ricercatori,  a fare una diagnosi migliore della depressione, offrendo una possibilità in più alla anamnesi medica. Anche se, in studi precedenti, si erano osservati disturbi del microbiota  in persone con MDD, non erano, però, state del tutto  identificate, nè le specie batteriche che si differenziano nelle persone con questo disturbo mentale, né si era indagato se, nella depressione, sono coinvolti anche  virus intestinali. Per approfondire questo aspetto e vedere come MDD influenza, in modo specifico,  le comunità batteriche e virali nell’intestino ed anche i metaboliti fecali, Yang e colleghi hanno analizzato il materiale genetico di 311 campioni fecali presi da 156 pazienti con depressione e da 155 persone sane apparteneti al gruppo di controllo. Analizzando  i metaboliti  con la gascromatografia-spettrometria di massa (GC-MS o GC/MS), hanno scoperto che ci sono differenze importanti nella composizione batterica dei pazienti depressi in confronto con  quelli del gruppo di controllo, in quanto contengono livelli più alti di specie batteriche come Blautia e Eubacterium. Inoltre, si è visto che una forte presenza di Batteroidi nel microbiota intestinale conferma, in qualche modo, quanto era già stato osservato in precedenza e cioè che le persone depresse hanno, anche,  alti livelli di citochine e un aumentato stato infiammatorio, che non viene ostacolato quando l’incidenza di Blautia è bassa. Sebbene Yang e colleghi non abbiano trovato, alla fine,  significative differenze tra la composizione virale delle persone con MDD e le persone sane, hanno tuttavia identificato tre batteriofagi  che risultavano meno abbondanti nelle persone depresse. I ricercatori si ripromettono ulteriori approfondimenti per capire meglio quale è il ruolo di questi fagi.

Rita Lena   

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *