Cassino, Pescara, Siena e il ’68 senza eredi

Cinquant’anni dopo, spunti di riflessione dalla presentazione di un libro e da un tour dei Baustelle. I sogni e le attese dei ragazzi di ieri e di oggi.

A volte si svolgono, nella vita sociale e nella vita di ciascuno di noi, eventi che sembrano il contrappunto uno dell’altro. E’ capitato qualche giorno fa per una riflessione sul ’68 e la sua eredità. A Cassino, nella sala San Benedetto della Banca Popolare del Cassinate, si presentava un libro a più voci, firmato dal prof. Luigi Gemma, intitolato “Noi c’eravamo” e dedicato all’esperienza scolastica e umana dei ragazzi di due licei classici (il Tulliano di Arpino e il Carducci di Cassino) e di un liceo scientifico (il Pellecchia di Cassino), negli anni tra il 1955 e il 1978.

La relazione di base era stata affidata al prof. Fausto Pellecchia, docente di Ermeneutica filosofica e aveva per tema ”Il ’68: un’eredità senza eredi”. Una coinvolgente carrellata su un universo post-adolescenziale: “anni per noi decisivi, anni di formazione, ma anche di apprendistato  esistenziale e di ricerca di identità”, sottolineava il professore-filosofo.

A Siena, all’Università, si svolgeva invece la terza tappa (dopo Camerino e Pescara) del progetto “Fare un ‘68”, ideato dal gruppo musicale dei Baustelle insieme a “Robinson”, l’inserto culturale del quotidiano “la Repubblica”. Sul palco, con la band di Francesco Bianconi, lo scrittore Paolo Di Paolo, del quale “la Repubblica” venerdì 14 dicembre, ha pubblicato un articolo con il titolo “Come saremo: il ’68 con i Baustelle”.

Nel “lead” dell’articolo di Di Paolo (che ha scritto di recente il libro “C’erano anche i giovani d’oggi” ) colpisce l’immagine di quel volantino con una foto d’epoca, di Uliano Lucas, che ritrae tre ragazzi sorridenti che trascinano le loro bandiere. “Chi sono i ragazzi nella foto?”domanda il volantino.  “Quelli che non siamo più”, risponde qualcuno a matita.

“E’ la domanda più importante; siamo qui – scrive Di Paolo – proprio per questo. Di nuovo: “chi sono i ragazzi della foto?” “Una voce”. Chi siete voi? “Senza voce”. Nei volantini raccolti qualcuno ha scritto: “Siamo gente che sogna poco, siamo uccelli in gabbia”. “Bloccati dalla paura, dalla vergogna, dalla pigrizia”. “Troppo stanchi per autocombustione”. Una rivoluzione può partire dai Social? “No – dice una ragazza – non basta un hashtag”.

Aggettivi per il futuro? “Inquinato, offuscato, incerto, rimandato, sospeso”.

Nel loro tour nelle tre università i Baustelle, suonando e cantando, hanno incontrato un migliaio di studenti, tanti quanti quelli che ha incontrato nella sua vita professionale il prof. Gemma ad Arpino, Frosinone e Cassino.

Nel contrappunto tra i due resoconti il lettore potrà farsi un’idea per un confronto: da un lato i giovani di oggi, dall’altro, a Cassino, quelli di ieri: over 65, cioè i potenziali protagonisti del ’68. Potenziali, appunto, perché – come ha scritto il prof. Gemma – i ragazzi della provincia, lontani dalle manifestazioni nelle metropoli, “sapevano che era in atto un cambiamento ma erano incerti su quello che sarebbe stato lo sbocco”.

Cassino negli anni ’60 (foto sala San Benedetto- Cassino)

Nei licei, spesso, al nozionismo spietato si univa un atteggiamento prevaricatore e dispotico dei docenti. Tra i ragazzi era un quotidiano argomento di discussione. “Questa è una guerra – diceva Raffaele Lombardi, che di lì a qualche anno si sarebbe laureato in Medicina – ai suoi compagni di liceo in procinto di affrontare l’Università. Ci dobbiamo addestrare a vincerla. Comunque. Siamo costretti dalle circostanze a muoverci come in una giungla. Ce la faremo”.

“Il tempo, appena, di uscire, a luglio 1967 dal Carducci – scrive Nando Tasciotti, giornalista e saggista – e la nostra generazione si è trovata in pieno Sessantotto. Non c’erano state avvisaglie, almeno nel microcosmo liceale cassinate, in quella stagione iniziale del centrosinistra aperta nel ’63 dal famoso titolo dell’Avanti!: “da oggi ognuno è più libero”.

Al liceo, però, “L’impegno politico era quasi inesistente – ricorda Maria Teresa Masia – visto che potevamo vederci solo a scuola, in quanto i miei compagni erano pendolari; al momento della campanella d’uscita tutti scappavano per prendere la corriera, dato che allora le corse erano veramente poche”.

Foto ricordo di una classe del liceo Carducci di Cassino (1967), tratta dal libro “Noi c’eravamo” di Luigi Gemma.

E all’Università? Qui – ricorda ancora Maria Teresa – mi trovai di fronte a una realtà completamente diversa: gli scontri di destra (Facoltà di Giurisprudenza) e di sinistra (Lettere) erano all’ordine del giorno… Quando si usciva lo scenario era desolante: macchine con i vetri infanti, banchi buttati dalle finestre, caos ovunque. Era questa la politica?”.

Quei ragazzi – scrive il prof. Gemma – “si trovavano in mezzo al guado, ma con la decisa volontà di non voltarsi indietro e tornare al passato. “Non sappiamo quale sarà il nostro futuro – pareva che dicessero tra loro Nando, Adelia, Michele, Raffaele, Maria Teresa, Marino – ma ci vogliamo arrivare con i nostri sogni”.

Che cosa resta allora del ’68? Nel libro “Noi c’eravamo” la conclusione di Lina Coretti, ex allieva del prof. Gemma e ora a sua volta insegnante, sembra dar ragione pienamente al titolo e al contenuto della  relazione del prof. Pellecchia: ”Il ’68: un’eredità senza eredi”. “Oggi, parlando con i miei alunni, mi accorgo che non c’è determinazione, non ci sono sogni, non ci sono idee e non ci sono progetti per il futuro. E il sorriso fa fatica a tornare sulle mie labbra”.  Ragazzi spesso “stranieri a sé stessi”, come li ha definiti il prof. Pellecchia.

Colpa anche della scuola? Luigi Gemma non lo esclude, anzi… “Come agenzia di formazione – scrive amaramente il professore – la scuola ha svolto nel tempo una funzione sempre meno decisiva, fino a imboccare il malinconico sentiero della marginalità e dell’insignificanza”.

CP

(Qui sotto e nella foto vicino al titolo, immagini della presentazione del libro “Noi c’eravamo” nella sala San Benedetto della Banca Popolare del Cassinate)

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