Aperto il sinodo speciale per l’Amazzonia

“Forestadinanza”, sentirsi cittadini della foresta amazzonica, è uno dei risultati che vuole conseguire il sinodo  “Amazzonia, nuovi cammini per la chiesa e per un’ecologia integrale”, che durerà fino al 27 ottobre. Un  sinodo, che ospita 184 religiosi, 17 indigeni e 35 donne e più di 100 giornalisti accreditati, voluto da papa Francesco per affrontare la grave ed urgente crisi ambientale e sociale che il pianeta sta affrontando e  di cui   parla  la lettera enciclica pastorale  “Laudato sì”,  scritta il 24 maggio 2015 per la cura della casa comune.

Tra gli obiettivi del sinodo è capire se l’ecologia integrale sia solo un francobollo posto sulla pastorale e, quindi, rispondere alla domanda: pastorale ed ecologia integrale sono percorsi paralleli o possono incrociarsi? “Oggi – ha scritto sull’Osservatore Romano il  card. Claudio Hummes, prefetto emerito della Congregazione per il Clero, e nominato da Papa Francesco relatore generale all’Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia – non possiamo fare a meno di riconoscere  che un vero  approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente per ascoltare tanto il grido della Terra, quanto il grido dei poveri. Non ci sono due crisi separate, una ambientale ed una sociale, bensì una sola e complessa  crisi socio ambientale. Le direttrici per una soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e allo stesso tempo per prendersi cura della natura. Tutto è interconnesso”.

 “Tutto è collegato” si legge nell’enciclica, dove la dimensione sociale ed ecologica sono strettamente legate e di conseguenza la missione della chiesa le coinvolge entrambe.   Nell’enciclica sono, dunque,  indicati i temi del sinodo: la crisi climatica  dovuta al riscaldamento globale e  la crisi ecologica-ambientale come conseguenza del degrado contaminazione, depredazione, devastazione del pianeta, in particolare dell’Amazzonia, dove i popoli  vivono in condizioni di   crescente povertà  e miseria sociale. Tra questi a subire maggiormente sono gli indigeni che rappresentano il 17% della popolazione brasiliana, il paese che gravita maggiormente nel bacino amazzonico.

Un momento del sinodo per l’Amazzonia

La foresta è, infatti,  situata per quasi il 65% nel territorio brasiliano, ma si estende anche in Colombia, Perù, Venezuela, Suriname e Guyana francese. L’amazzonia, ossia bacino del Rio delle Amazzoni, è enorme: ha una superficie che supera i 7 milioni di chilometri quadrati, di questi 5,5 milioni circa sono costituiti da  zona boschiva. In pratica, il bacino amazzonico ospita  il 40% di tutta la foresta pluviale tropicale e il 25% della biodiversità terrestre.  Un patrimonio unico con le sue 40.000 specie vegetali, 5.000 specie animali e le 30 milioni di persone che la abitano.

Una grande risorsa ambientale ed economica per i suoi abitanti, se non fosse per lo sfruttamento intensivo delle sue risorse che colpiscono i piccoli agricoltori, le popolazioni che vivono sulle rive del Rio delle Amazzoni e quanti abitano le periferie delle città amazzoniche e i villaggi all’interno della foresta. Si stima che ogni anno un milione e 600mila ettari di foresta vengano distrutti e mandati in fumo da migliaia di roghi dolosi che diventano di anno in anno più frequenti ed estesi. Qui il tasso di deforestazione è il più elevato del mondo,  con  conseguenze devastanti per tante specie animali e vegetali, ma anche per molte comunità locali che dei prodotti della foresta e nella foresta vivono. Un patrimonio naturale minacciato da  interessi antichi come quelli dei cercatori d’oro, degli allevatori e dei predatori di legname. Ma, oggi, ci sono anche gli interessi delle  imprese di costruzioni, delle multinazionali con l’espansione di grandi piantagioni per produrre biocarburanti, con il conseguente sfratto illegale degli indigeni ed esproprio delle loro terre. A questo si aggiunge un governo, quello del presidente Bolsonaro,  che sta pianificando una vera e propria colonizzazione del bacino amazzonico, che considera la “borsa mondiale dell’ossigeno” e che ha testualmente dichiarato che l’Amazzonia” non è patrimonio dell’Umanità” e che il territorio appartiene non a chi lo abita, ma a chi lo sfrutta. Aria compresa.

Tutto questo nonostante  la Costituzione brasiliana del 1988 abbia pienamente riconosciuto i diritti degli Indios,  “Bolsonaro  – ha spiegato Domenico Gaudioso, ex dirigente Ispra, nel suo intervento alla conferenza stampa di presentazione del sinodo – sta infatti svuotando i due principali organi che si sono occupati di questioni indigene, passando la responsabilità della realizzazione della riforma agraria e della demarcazione e regolarizzazione delle terre indigene al Ministero dell’Agricoltura e dell’Allevamento controllato dai grandi proprietari terrieri”.

Il bacino amazzonico è, dunque, visto da Bolsonaro come un mondo da sfruttare che può dare una spinta positiva all’economia del paese. Una mentalità estrattiva, predatoria condivisa dai grandi proprietari terrieri e dalle multinazionali contro la quale lottano ormai da anni gli indigeni,  i contadini, i missionari, gli attivisti di tutto il mondo, come Survival International , il movimento mondiale dei popoli indios che ha l’obiettivo di difendere le foreste, la biodiversità dell’Amazzonia, delle terre e delle culture delle popolazioni indigene che, da parte loro,  rivendicano il diritto di difendere le popolazioni indigene dall’ingiustizia e il dovere  di essere i guardiani della loro terra. “Dobbiamo mettere un freno a tutto ciò, non possiamo continuare a distruggere la natura , la terra, i fiumi, non potete continuare ad uccidere gli indiani della foresta”, ha detto, in un’intervista al TG3,  Davi Copenawa sciamano e portavoce degli Yanomami, una delle più numerose tribù del sud America che vive in relativo isolamento nelle foreste pluviali e sui monti al confine tra il Brasile settentrionale e il Venezuela meridionale. Copenawa ha scritto sull’argomento un libro, presentato anche in Italia, “La caduta del cielo”.

Lo spirito che governerà i 20 giorni del sinodo è nelle parole che papa Francesco ha pronunciato nell’omelia della messa che ha aperto il sinodo dei vescovi, parole che tengono conto ed accolgono le aspettative dei più deboli: “La Chiesa deve evitare “nuovi colonialismi”.  Quando  – ha detto – senza amore e senza rispetto si divorano popoli e culture non è il fuoco di Dio ma il fuoco del mondo. Eppure quante volte il dono di Dio non è stato offerto ma imposto, quante volte c’è stata colonizzazione anziché evangelizzazione! Dio ci preservi dall’avidità dei nuovi colonialismi”.

Rita Lena

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