Alzheimer, perché colpisce di più le donne?

Sono circa 40 milioni i malati di Alzheimer in tutto il mondo e un milione e duecentomila i casi in Italia. La malattia di Alzheimer, che distrugge le cellule del cervello, è la più diffusa tra le forme di demenza e, per l’aumento dell’aspettativa di vita, il numero  dei casi tenderà a raddoppiare ogni venti anni. Nel nostro paese,  secondo alcune proiezioni, il numero dei pazienti è destinato a triplicare nei prossimi trent’anni.

Proprio in occasione della Giornata mondiale dell’Alzheimer, il 21 settembre, è stata pubblicata, sulla rivista Progress in Neurobiology,  una ricerca tutta al femminile dell’ Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Ibbc), che spiega perché sono  le donne ad  essere più colpite da questa  patologia neurodegenerativa.  A mettere maggiormente a rischio il genere femminile sarebbe l’entrata  in menopausa e il conseguente calo degli estrogeni, gli ormoni che, nel corso della vita, svolgono una funzione protettiva contro la morte cellulare (apoptosi) e la formazione di placche di Beta amiloide, il cui accumulo è tra le cause della malattia.  Allo studio, coordinato da Elvira De Leonibus (cnr-Ibbc) hanno partecipato, tra le ricercatrici, Giulia Torromino (Cnr-Ibbc), il Telethon Institute of Genetics and Medicine della Fondazione Telethon, con il contributo  di Adriana Maggi dell’Università di Milano, all’interno di un progetto di ricerca finanziato dall’Associazione Americana per la malattia di Alzheimer (SAGA-17-418745).

Partendo dalla raccolta di evidenze scientifiche pre-cliniche (su modelli animali) e cliniche, che mostrano come i maschi e le femmine utilizzino strategie cognitive diverse,  le ricercatrici ipotizzano che gli estrogeni tendono a sfavorire nelle donne l’utilizzo dell’ippocampo, la struttura cerebrale deputata alla formazione della memoria a lungo termine e all’orientamento spaziale, e proprio il suo minore uso potrebbe essere alla base di una sua maggiore vulnerabilità agli effetti dell’invecchiamento, tra questi la riduzione di volume e la formazione di placche.

 “Se si chiede a delle persone di imparare a orientarsi in una città nuova per spostarsi da casa al lavoro – spiega De Leonibus – la maggior parte dei maschi tende a costruire una visione dall’alto della città, organizzata in una mappa spaziale, le femmine tendono, invece, a utilizzare una strategia ‘route-finding’ (ovvero, destra-sinistra, dritto, etc.). L’utilizzo di queste due diverse strategie (la mappa e il route-finding) si basa sull’attivazione di circuiti cerebrali diversi: la creazione di una mappa – continua –  richiede necessariamente il coinvolgimento dell’ippocampo (…), che costituisce la regione più colpita dalla malattia di Alzheimer; per il ‘route-finding’ si possono usare invece altre regioni cerebrali, ad esempio il circuito fronto-striatale”.
Ma perché le donne non utilizzano l’ippocampo per compiti cognitivi che, negli uomini, sono tipicamente dipendenti proprio da quest’area del cervello?  Secondo lo studio, la presenza di testosterone (ormone maschile), rispetto agli estrogeni (ormoni femminili), durante lo sviluppo del cervello, favorisce un maggiore sviluppo e una crescita neuronale dell’ippocampo. “Le evidenze sperimentali – spiega ancora De Leonibus –  dimostrano che le fluttuazioni cicliche dei livelli di estrogeni nelle femmine adulte conferiscono instabilità alla rete ippocampale da cui dipendono i meccanismi della memoria, mentre nei maschi c’è una relativa stabilità dei livelli di testosterone”.  Essendo l’ippocampo più sensibile di altre regioni all’effetto degli estrogeni, viene utilizzato meno dalle donne e proprio questo suo scarso utilizzo potrebbe essere ciò che lo rende nel tempo più esposto agli effetti dell’invecchiamento, secondo un meccanismo ‘use or loose it’ (se non lo usi lo perdi).

Ad invecchiare per lo scarso utilizzo, quindi, non sono solo i muscoli,  ma anche la funzionalità cerebrale. Per aiutare l’ippocampo a “restare in forma” è fondamentale svolgere programmi di esercizio fisico  e di allenamento cognitivo, strategie alle quali le donne rispondono meglio degli uomini. Proprio per questo, De Leonibus e il suo gruppo di ricercatrici, per prevenire l’Alzheimer nelle donne, propongono il ricorso, oltre che alla terapia sostitutiva a base di estrogeni, a trattamenti comportamentali specificamente progettati.

“Tra gli sport che potrebbero aiutare le donne ad allenare la rete ippocampale sin dalla giovane età – spiega la ricercatrice – c’è  l’orienteering. Sport, che  consiste nell’effettuare un percorso a tappe in un ambiente naturale, generalmente un bosco, con il solo aiuto di una bussola e di una cartina geografica dettagliata in scala. Come detto, l’ippocampo è una regione altamente specializzata per l’orientamento spaziale, per cui questo tipo di allenamento coinvolge questa struttura cerebrale più di altre”. Questi risultati rafforzano ulteriormente l’importanza degli studi che mirano a identificare le differenze di genere e a verificare se queste si associano a un profilo a più alto rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer.

Rita Lena

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