La ragazza rapita dai nordcoreani tra Trump e Kim Jong Un

trump-kim-jong-unNon ci sono solo le questioni relative agli armamenti nucleari a complicare le relazioni tra la Corea del Nord e il mondo libero, rappresentato dal presidente americano Donald Trump nei colloqui di Singapore con il presidente ereditario nordcoreano Kim Jong Un. C’è anche la questione drammatica dei cittadini giapponesi rapiti dalle spie di Pyongyang.

Trump farebbe bene, se già non lo ha fatto o se non lo hanno fatto i suoi consiglieri, a leggersi questo “Megumi” di Antonio Moscatello (Rogiosi editore, 277 pagine, 14 euri) che racconta come fosse un romanzo le drammatiche storie vere di rapimenti e spie della Corea del Nord.

La lettura del libro gli sarebbe sicuramente utile prima di concludere le trattative con l’ultimo furbo rampollo del regime nordcoreano – e con la sua ancor più scaltra sorellina – per normalizzare i rapporti tra Pyongyang e il mondo libero.

Chi è Megumi? È una ragazzina di tredici anni rapita a due passi da casa da spie nordcoreane a caccia di giovani giapponesi da deportare in Corea del Nord per insegnare la lingua di Tokyo al personale di intelligence locale.

I rapporti tra i due paesi erano, e ancora sono, inesistenti o quasi. Perciò, si sono detti a Pyongyang, non possiamo assumere insegnanti giapponesi con regolare contratto di lavoro. E poi, chissà quanto ci costerebbero tra stipendi, trasferte, diarie, ferie e tredicesime. E allora, rapiamoli, risparmieremo un sacco di soldi.

Il rapimento di stranieri è un vecchio vizio dei nordcoreani. Durante la guerra tra Nord e Sud, circa 200mila intellettuali e tecnici meridionali furono rapiti per essere usati nelle fabbriche del Nord. E il caso di Megumi, che Moscatello usa – mai un reportage senza un personaggio, consigliano i grandi giornalisti del passato – per spiegare che cosa è avvenuto per decenni in Corea. E la vicenda non si è ancora conclusa, poiché di molti rapiti, Megumi compresa, non si conosce ancora la sorte.

Le persone scomparse in Giappone sono decine di migliaia, non si sa quante di queste siano finite schiave del regime comunista di Pyongyang. Probabilmente poche decine. Di Megumi e di altre vittime dei rapimenti, Moscatello con tutte le fonti possibili – a uso dei pignoli, il libro raccoglie più di 20 pagine di note con le fonti a cui l’autore si è abbeverato – ricostruisce le occasioni che hanno consentito il rapimento, le modalità ogni volta uguali e diverse, l’arrivo nella prigione a cielo aperto che è la Corea del Nord, il lavaggio del cervello a cui le vittime sono sottoposte, il ricatto vincente: Se studi il coreano e se ci insegni il giapponese, poi ti facciamo tornare a casa. Mai successo, ovvio.

Molte pagine del libro sono dedicate al riassunto delle vicende politiche del paese dei rapitori e ai rapporti politici con i paesi con cui ha avuto problemi: i vicini di Seul, gli americani, i giapponesi. E il ricorrente ricatto: vi daremo notizie dei rapiti se ci darete in cambio finanziamenti e aiuti alimentari. Somme e derrate spropositate, necessarie a non far morire di fame la popolazione che il regime comunista non riesce a nutrire. E non è un modo di dire, le ricorrenti carestie pare che abbiano causato vittime a centinaia di migliaia, forse milioni.

Che fine ha fatto Megumi? È viva, è morta? Pyongyang dice che è morta, dopo essersi sposata e aver avuto una figlia. Ma lo dice con documenti che tra essi si smentiscono, con date di morte precedenti a date in cui Megumi è risultata viva. I genitori, in Giappone, “sentono” che è ancora viva e hanno buoni motivi per non prendere sul serio le dichiarazioni nordcoreane ricche solo di contraddizioni.

Forse, quello di Megumi e degli altri rapiti, potrebbe essere un ostacolo ancora più difficile da superare di quello degli armamenti nucleari. Si può rinunciare alla bomba atomica, è più difficile rinunciare a nascondere verità coperte da decenni di vergognose menzogne.

Bruno Cossàr

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